2008 [The Human Voice] Exit Lines

21 Aprile 2009

The Human Voice
Exit Lines
2008, Eibon Records
CD

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The Human Voice è solo l’ultima incarnazione in ordine cronologico dello spirito musicale di Hærleif Langås (Northaunt, Non Ethos). Il norvegese, che evidentemente fa parte di quella scuola di pensiero che reputa necessario distinguere con diversi monicker diversi approcci musicali, manda alle stampe quella che è stata definita come una raccolta di brani sviluppata lentamente e che non trovava spazio negli altri progetti già aperti; Eibon Records risponde alla chiamata e si offre di preparare puntualmente e con la perizia che la contraddistingue un digipak di grande impatto visivo. Ecco come ci perviene un album che difficilmente avremmo ascoltato altrimenti. L’approccio musicale che contraddistingue questa composizione è fondato principalmente sulla chitarra elettrica: essa è l’intelaiatura sonora su cui lavora Langås con i suoi ricercati field recordings e con i suoi arrangiamenti minimali, riuscendo a ricreare un disco omogeneo nonostante sia composto da brani, come detto, ideati separatamente. Potranno sì cambiare i mezzi, ma il risultato è sempre ambient. Ed è un prodotto ambient particolarmente efficace: l’ascoltatore è circondato il più delle volte da atmosfere oniriche, da synth che ricreano i mondi ovattati dei ricordi, delle retrospettive. Portarsi indietro con la mente significa entrare in un campo di nebbia, senza sole, dove tutto si confonde e non ci sono punti di riferimento. Le voci provenienti da quel tempo giungono finte, simulacri incarnati in sussurri distorti, mentre ad ogni singolo accordo la volta che sostiene questo fragile mondo di suoni si accresce, come fatta da tanti strati che si accumulano per inspessire e proteggere questo personale guscio. Protetti da esso stesso dormiamo e sogniamo, mentre sopra di noi le fredde stelle stanno a guardare indifferenti, fino alla nostra morte. Lì, in fondo al cammino, attende il fantasma del nostro amore, mentre suona i suoi accordi di fronte al nostro personale finisterrae; allora risponderemo finalmente alla domanda primigenia: la nostra mondanità è un palazzo od una prigione? Nell’attesa, i suoni di Exit Lines parleranno per noi.

Davide Buzzoni


2008 [Luca Olivieri] La Quarta Dimensione

20 Aprile 2009

Frammenti di tempo

Luca Olivieri
La Quarta Dimensione
2008, AG Prod
CD

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Compositore e musicista di provata esperienza, Luca Olivieri, già attivo con i piemontesi Yo Yo Mundi e Nichelodeon, dà alle stampe La Quarta Dimensione, una raccolta di pezzi strumentali tra cui figurano musiche per rappresentazioni teatrali e film muti d’epoca, oltre a una serie di brani “scompagnati” realizzati in periodi diversi.
Olivieri come si suol dire, ne sa, lo dimostra ampiamente nel corso dei quarantatre (sembrano molti di meno) minuti in cui si muove con agilità ed eleganza tra sintetizzatori monofonici, wurlitzer, glockenspiel e quant’altro; anche i compagni di viaggio non sono da meno, spiccano Mario Arcari e parte degli stessi Yo Yo Mundi, impegnati a tagliare piccole gemme elettroacustiche senza esagerare con le sfaccettature. Il prodotto finito risulta quindi snello e scevro da tronfi barocchismi, molto garbate anche le percussioni e le punte di folk che emergono qua e là, complici nel ricreare un’atmosfera inaspettatamente eterogenea nonché fluida. Menzione speciale per Angelina, dalla quale emergono echi di un certo Nino Rota, in maniera più marcata nella versione reprise, e Il Sogno Di Napo, giocosa e solare coi suoi accenti spagnoleggianti.

Guglielmo Cherchi


2009 [Giovanni Allevi] Varese, Teatro Apollonio

20 Aprile 2009

Giovanni Allevi
Varese, Teatro Apollonio, 18 aprile 2009

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Il teatro Apollonio di Varese, attivo da una manciata di stagioni, è l’unico luogo dove la finta high-class di provincia può tentare di trovare riparo senza doversi spostare fino a Milano o addirittura alla rivale Como: ecco come mai le serate in programma si presentano così variegate e decisamente disomogenee tra loro e vediamo così alternarsi sul palco in meno di un mese Piero Pelù, l’Edipo Re sofocleo e lo stravagante pianista marchigiano.
Complice l’onesto prezzo del biglietto, all’interno dell’Apollonio si rivela faticoso scorgere posti liberi, a testimonianza della popolarità raggiunta dall’acclamato compositore, che è riuscito ad attrarre a sé un pubblico quantomai variegato: dai più comuni e rispettabili esponenti della terza età (tra i quali non pochi riservavano occhiatacce alla gioventù presente), alle coppie con tanto di impubera prole al seguito, ad una nutritissima percentuale di giovani che ad una prima occhiata tutto sarebbe sembrata fuorché votata ad un interesse nei confronti di tale proposta musicale.
In questo frangente mille parole si sono dette tirando in ballo chi il retaggio di un certo Lorenzo Cherubini, chi una tendenza alle composizione di più facile presa sulla massa e via discorrendo: ciò che importa è che Allevi, dopo composizioni in solo, dvd live, libri e composizioni orchestrali è oggi in grado di riempire le sale.
Ed è così che, a teatro gremito, il pianista fa il suo ingresso saltellando come un ragazzino, in jeans e felpa col cappuccio e senza una parola si siede al piano e lascia che le note si rendano protagoniste. L’esordio è un brano dell’ormai lontano 13 Dita, Japan, che con le sue note melliflue e vellutate scalda gli umidi cuori dei presenti, provati dall’incessante pioggia che grava sulla città all’esterno. A seguire, la velocità e l’inafferrabilità del motivo di Sogno Di Bach mostrano invece un artista che non si esime dal proporre esercizi di stile decisamente più orientati al piacere e allo sfogo di chi suona che non alla sensibilità di un impressionabile pubblico spesso a secco di alcuna preparazione tecnica. Seguendo questa regolare alternanza tra un pezzo più lento ed emozionale ed uno più veloce e jazz-oriented, il concerto si protrae per un tempo discretamente breve (poco più di settantacinque minuti), tra i puntuali applausi della platea e gli innumerevoli ringraziamenti profusi da Allevi che regolarmente si alzava, voltandosi verso il pubblico, quasi in gesto di obbligazione.
Le esecuzioni più riuscite a detta di chi scrive sono tutti estratti del recente Joy, ossia l’iniziale Panic, la scanzonata Jazzmatic e la profonda, intima Back To Life, vero e proprio vertice della serata in fatto di coinvolgimento ed atmosfera, in barba al mancato isolamento sonoro del teatro che dava modo al mondo esterno di entrare e rovinare il sogno degli ascoltatori (a dir poco ridicolo, a questo riguardo, il momento in cui il suono del piano è stato quasi sovrastato da un rimbombare di clacson proveniente dalla vicina strada, imputabile probabilmente ad una classica lotta per un parcheggio del sabato sera).
Nonostante queste fastidiose benché piccole parentesi, Giovanni porta ineccepibilmente a termine la sua esibizione e prende finalmente in mano un microfono e un foglietto stropicciato dove aveva annotato i ringraziamenti; è con voce insicura e imbarazzata, quasi fosse nuovo a certe situazioni (motivo per cui il comportamento risulta impostato un filo di troppo), che il pianista ringrazia l’organizzazione, il pubblico e le “gentilissime maschere” dell’Apollonio, prima di suonare l’ultimo brano, rifugiarsi dietro le quinte e sbucare nuovamente sotto i riflettori un paio di volte, sempre rigorosamente correndo e ballonzolando allegramente, per poi concedere gli encores finali.
Terminata l’esibizione, serpeggia tra il pubblico la voce che l’artista sarà disponibile di lì a poco nell’ingresso principale per autografi e convenevoli vari senza limite di tempo: in men che non si dica l’atrio è di nuovo pieno e le maschere sono tutte indaffarate a mantenere l’ordine, tentando magari di non farsi travolgere dalla folla che mantiene un comportamento spesso rasente la maleducazione.
Le indiscrezioni si rivelano poi fondate: dopo una decina di minuti ecco sbucare dalle doppie porte la riccioluta chioma del compositore, per la felicità del centinaio di persone ancora in attesa.
Con serenità e buonumore, le richieste di firme e dediche vengono soddisfatte una ad una, senza esclusione, rendendo questo momento un’effettiva ed accuratamente studiata parte dello show, poiché vi è ben poco di spontaneo ed informale nello scambiare due chiacchiere con un artista attorniato da cordoni, personale di sicurezza e quant’altro.
Forse proprio questa ostentata disponibilità e l’atteggiamento irriverente dimostrato dal pianista sono alla base delle numerose critiche a lui rivolte, ma l’indubbio merito di aver portato una musica spesso arroccata su una rupe di storia e cultura alle orecchie di chi mai avrebbe pensato di appassionarsi ad un concerto di pianoforte solo non può non essergli riconosciuto.

Setlist:
01. Japan
02. Sogno Di Bach
03. Il Nuotatore
04. Scherzo n.1
05. Luna
06. Monolocale 7.30 AM
07. Go With The Flow
08. Qui Danza
09. Notte Ad Harem
10. Panic
11. Downtown
12. L’Orologio Degli Dei
13. Back To Life
14. Jazzmatic
15. Il Bacio
16. Pianokarate
Encores:
17. Aria
18. Prendimi

Andrea Bosetti


2008 [Crystal Castles] Crystal Castles

10 Aprile 2009

Il castello è sempre dove chi lo cerca vuole che sia. In piena vista, eppure mai scorto. Questa è la sua natura.

Crystal Castles
Crystal Castles
2008, Last Gang
CD

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L’electroclash, con le sue distorsioni, le sue strutture poppish, i suoi beats, è arrivato ormai alla fase in cui dire qualcosa di nuovo diventa difficile. I più continuano a dire sempre le stesse cose. Le dicono bene, certo, ma il guizzo di inventiva è venuto loro a mancare, una volta instradatisi nei canoni di un genere a tutto tondo.
Poi, dal nulla, arrivano due Canadesi a dirci che qualcosa di nuovo da dire ancora c’è, anche se con mezzi dati per desueti. Ed ecco che la citazione di She-Ra riguardo il suo Castello di Cristallo acquista senso compiuto. Le “nuove” soluzioni sono qui davanti a noi, basta avere abbastanza originalità da mischiare gli ingredienti, come sempre.
Cosa succede con un pizzico di quella nuova corrente ai più nota come “wonky beats”, due pizzichi di sintetizzatori, un cuore electroclash e… una base ad 8bit? Il risultato è qui, per il piacere delle nostre orecchie, e si chiama Crystal Castles.
Il polistrumentista Ethan Kath ha creato dei brani alienanti, quasi irritanti nella loro semplicità, ma dall’effetto devastante, in particolar modo dove risuona la voce, sempre debitamente modificata, di Alice Glass. Un pezzo dietro l’altro, le sedici tracce di questo album di debutto si susseguono in un caleidoscopio di suoni, dapprima più liquidi e pacati (Untrust Us), poi di colpo stridenti e distorti (Alice Practice, sorprendente brano che ha fruttato il contratto discografico al gruppo), per continuare con un dejà-vu di una colonna sonora di un videogame anni ‘80 (Crimewave), e via, un brano dietro l’altro, un’esperienza dietro l’altra, fino alla conclusiva Tell Me What To Swallow, dove la voce di Alice è poco più che un etereo bisbiglio su una omogenea distesa di note scaturite da chitarra acustica, toccando tematiche a dir poco inquietanti.
Alcuni passaggi colgono tanto alla sprovvista da lasciare senza parole, anche infastiditi, di fronte a così netti cambi di tempo, di atmosfera, di struttura, di… videogioco?
L’hype che ha circondato questa release ormai un anno fa ha sicuramente fruttato parte del successo di cui il duo gode già oggi (le “scrobblate” su Last.fm hanno già superato i sette zeri), ma sarebbe disonesto liquidare un disco del genere a mero strumento del mercato discografico, date le tante, tantissime dimostrazioni di personalità e naturalezza di composizione offerte.
Quando si pensa di aver inquadrato questo Crystal Castles,  ecco spuntare, nella traccia successiva, declinazioni ancora non chiamate in causa, a lasciarci ancora una volta con un palmo di naso e mandando all’aria ogni tentativo di schematizzazione e razionalizzazione. La spontaneità qui infusa è tale da far suonare l’intero platter come creato casualmente (cosa in parte avvenuta, peraltro), senza alcun filo conduttore.
Sta a noi, ora, dare un senso a tutto questo, cercando il Castello che è già lì, davanti ai nostri occhi.

Andrea Bosetti


Japanese Gum

31 Marzo 2009

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È giunto anche per SoundMark il momento di darsi da fare con le interviste, i primi a farne le spese sono stati i genovesi Japanese Gum, disponibili e loquaci nonostante gli impegni: la promozione di Without You I’m Napping e gli ultimi ritocchi al loro primo full-length.
Bando alle ciance, la parola a Davide Cedolin e Paolo Tortora.

Parlateci un poco di ciò che ha portato alla formazione dei Japanese Gum: da dove ha origine la vostra esperienza musicale e quali sono le figure chiave del vostro percorso?
D- Ciò che ha portato alla nascita i Japanese Gum è stata un grande voglia di provare a mettersi in gioco tentando di dare continuità alle nostre esperienze passate in band tipicamente post-rock ma cercando però di evolvere tale discorso verso qualcosa di più stratificato, dove avere la possibilità di coinvolgere l’elettronica in modo più massiccio come elemento di struttura e tramite la quale sperimentare nuovi percorsi musicali all’interno dei quali riversare il nostro bagaglio sonoro al completo e dove poter dare libera azione ad un modo di far musica che prescinda da metodi e schemi precisi. Un po’ cervellotico ma il concetto direi che è questo… All’interno del nostro percorso direi che ogni figura che abbiamo incontrato è stata cardine: da Gigi che fino a Talking. Silently e.p. ha suonato con noi a Matteo di Marsiglia Records che è stato tra i primi a credere in noi, dagli amici ai primi fans, dai tipi dei locali che ci hanno chiamato a suonare, ai gruppi con i quali abbiamo condiviso le serate, da chi non la pensa bene su di noi a tu che ora invece ci stai intervistando…
P- I JG nascono ancora quando suonavamo in un gruppo spiccatamente post-rock. Le sonorità che ricercavamo era qualcosa che potesse distaccarsi da ciò che stavamo facendo; allo stesso tempo si cercava un terreno ancora per noi inesplorato, dove poter sperimentare e far sfociare in musica ciò che avevamo dentro ma che era rimasto inespresso. Quindi è stata una nostra necessità di suono, oltre che una comodità stilistica visto che potevamo comporre senza uscire da casa. Il che ci ha garantito tempi molto corti per sviluppare le nostre idee. Non si doveva più andare in saletta per provare un’idea che avevamo in testa, la si poteva direttamente registrare da casa. Per noi questo modo di procede è stato rivoluzionario nel modo di concepire la musica. Poi, con lo scioglimento del gruppo post-rock, abbiamo capito che l’idea migliore non era buttare via quello che eravamo nell’altro gruppo, ma bensì che potevamo fondere le due sonorità. Tutto questo avveniva quando ormai le canzoni di Talking. Silently e.p. avevano già preso una forma, seppur ancora molto primitiva rispetto a come sono state fatte uscire dopo. Per quanto riguarda le figure chiave è difficile dirlo. Sicuramente chi ci ha incoraggiato, chi ci ha aiutato, e quindi direi anch’io persone come Matteo e Gigi. Direi anche che la persona chiave è stata anche Davide, dopotutto se non ci incontravamo magari non sarebbe nato nulla. Poi in quel periodo stavo anche iniziando a scoprire veramente l’elettronica, alla quale non ero particolarmente attratto prima. Quindi direi che le cose che sentivo in quel periodo mi hanno molto influenzato nel modo di fare musica.

Dall’uscita del vostro primo ep sotto Marsiglia non vi siete mai fermati e continuate a proporre con continuità nuovo materiale, e questa esigenza di espressione artistica è riuscita a farvi ottenere ottimi risultati di critica. Ci dite qualcosa riguardo al vostro rapporto con il mondo esterno? Dal pubblico alla critica ai vostri “colleghi” dell’underground italiano, siete soddisfatti di come vanno le cose?
D- Personalmente nonostante sia abbastanza volubile di umore, ci tengo molto a stabilire contatti e a relazionarmi quotidianamente con persone interessanti, con le quali e dalle quali si può imparare molto. Col pubblico abbiamo un rapporto realmente positivo: nonostante a volte possa apparire che ce ne stiamo sulle nostre, poco loquaci e tendenzialmente non di compagnia, ci piace fermarci a chiacchierare alla fine di un live, come non disdegnamo assolutamente di rispondere alle mail che la gente ci manda… La critica ci interessa in quanto per un gruppo è parte fondamentale dell’esposizione all’esterno, senza di essa sarebbe molto difficile riuscire a raggiungere un’utenza più ampia e talvolta più mirata rispetto a quella che si riuscirebbe con un blog ed i soli live. Al di là di questo con i nostri “colleghi” ovviamente dipende, in quanto persone tutte, c’è con chi ci si trova maggiormente in linea ed invece con chi no: non ho dubbi sul dire che ci sono band con le quali abbiamo instaurato ottimi rapporti di stima ed amicizia reciproca che va ben oltre al semplice relazionarsi in campo musicale… penso ai Sea Dweller, Antony degli Isan, Magpie, Blown Paper Bags, Still Leven, Jukka dei Giardini di Mirò…
P- Le interazioni con le persone vengono gestite in particolar modo da Davide. Io non sono molto capace a relazionarmi con gli altri e a mantenere contatti. Tuttavia girando con I JG ho la possibilità di conoscere molte persone con le quali mi piace conversare, sentire le loro opinioni, e soprattutto parlare di musica per sentire le loro idee al riguardo. Forse sono nostalgico, ma mi piacciono più le conversazioni che gli scambi di email che purtroppo però sono necessari. In generale servizi come Myspace, blog etc, riescono però a riempire uno spazio che c’è tra l’artista e resto del mondo. Mi ricordo che prima dell’avvento di questo tipo di Internet, nel cosiddetto Web 1.0, le band sembravano cosi lontane che sembrava disturbarli cercando di contattarli. Ora invece si ha la possibilità di parlare con chiunque con la massima libertà. A tal punto che tanti preferiscono raggiungerti via Internet che farti i complimenti di persona. Per quanto riguarda gli altri musicisti, parlando di Genova, credo ci sia un bel rapporto. Ai concerti organizzati da DisorderDrama spesso ci si incontra, e semplici eventi diventano un modo per interagire tra di noi. E poi, credo che ci siano ottimi gruppi qui a Genova… a volte mi sembra una realtà un po’ trascurata per le sue potenzialità.

Stando alla descrizione che correda la presentazione di Talking. Silently e.p., date molta importanza alla dimensione live: è un modo per tentare di emergere e farsi conoscere, o anche in questo caso si tratta di necessità artistica e cercate “soltanto” il contatto con il pubblico?
D- Da quando è uscito Talking. Silently e.p. sono cambiate un po’ di cose, anche se neppure troppe per la verità, nel senso che noi continuiamo a rapportarci al fare musica con lo stesso intento, ovvero di pensare, comporre e suonare cosa ci viene da dentro con la massima spontaneità e cercando di confrontarci il più possibile con meccanismi diversi e strumentazioni differenti per realizzare le nostre idee. E’ cosa comunque certa e visibile che le ultime nostre composizioni si distaccano abbastanza dalle prime. Una volta dal vivo cercavamo di proporre una dimensione “più suonata” di quello che avevamo su disco. Lavoravamo con maggior zelo per quanto riguardava l’impianto strutturale elettronico in fase di scrittura, così che poi ci ritrovavamo a dare un corpo maggiormente “rock” e di impatto se vogliamo, durante i live. Questo forse perché in fondo la nostra anima maggiormente legata a generi guitar oriented scalpitava. Ora che abbiamo trovato una buona taratura ed un equilibrio efficace tra tutte le cose che ci piace fare, il live forse può apparire più simile a quanto si può ascoltare su disco, anche se comunque, rimane assolutamente importante per esprimere un certo tipo di fisicità.
P- Le due fasi, quella compositiva e quella live, sono complementari per noi, due facce della stessa medaglia e come tali sono indivisibili. Uno corrisponde ad un momento più riflessivo e di creatività dove cerchi di esprimere quello che vuoi tradurre in suono, il secondo è un momento in cui cerchi di raccontare al pubblico il tuo lavoro,  visto con gli occhi del presente. Vale a dire che i pezzi mutano dal vivo, a seconda di come vediamo il pezzo in quel momento. Inoltre anche l’approccio ai pezzi è differente dal momento che passiamo da una composizione più “ragionata” ad un’esibizione più istintiva.  Per quando riguarda il farsi conoscere invece c’entra poco: non facciamo live per sponsorizzarci, quella è solo una conseguenza del suonare in giro. I live ti aiutano a crescere musicalmente in quanto solo davanti a delle persone che ti ascoltano capisci se i pezzi funzionano oppure no. Gli occhi delle persone possono essere più severi della peggiore delle recensioni.

Le strutture dei vostri brani, tra distorsioni e tappeti elettronici, sono tutto fuorché lineari; ci parlereste del processo di songwriting? Da dove traete le maggiori ispirazioni e come le traducete conseguentemente in musica?
D- Questa può apparire una domanda tanto facile e scontata quanto scomoda e problematica.
Dunque… In linea generale il nostro songwriting inizia sempre in modo dissociato, ovvero o io o Paolo lavoriamo per conto nostro su un’idea abbozzando qualcosa a casa. Non abbiamo dei codici di sviluppo ben precisi in fase di abbozzo dei brani, né uno strumento guida dal quale far uscire una parte precisa. Solitamente nasce tutto con la massima libertà, fino a che si inizia a scambiarsi le varie tracce via mail, sulle quali re-interveniamo a vicenda, portando avanti un discorso di [de]strutturazione che può andare avanti per pochi giorni come per più mesi. Quando riteniamo di avere una buona matrice di base, si va in studio  e quì si inizia a registrare parti più o meno precise e definite. Successivamente di solito durante la fase di pre-mix ritorna a galla lo spirito freak e svarionato, che ci porta magari a smembrare nuovamente il pezzo e a dipingerlo con nuove soluzioni e nuove idee… Personalmente le mie ispirazioni non sono specifiche e continue, ma eterogenee e cangianti… Le ultime cose alle quali sto lavorando subiscono più o meno influenze dalle cose che faccio e di come vivo ora, influenze legate a come passo il tempo… E comunque rimarco l’importanza che ha per noi, e quindi per me, la possibilità di comporre senza pensare ad un “genere” o a un “modus operandi” in particolare. La terza serie del telefilm Dexter per esempio mi sta ossessionando… Sto ascoltando parecchia dub-step e anche se non so quanto lo si possa riscontrare nella nostra musica, dentro me so che un certo tipo di alienazione urbana figlia della garage e dei rave ‘90 è presente e anche se in modo sottile dice la sua nel mio modo di comporre. Poi in generale tutta la scena di Williamsburg, non solo quella musicale ma anche quella artistico visiva.
P- Il processo di songwriting devo dire che è mutato molto nel tempo. All’inizio quello che era la produzione nasceva e finiva nelle nostre camera. Ora invece direi che il processo che porta al pezzo finito è un po’ più lungo. L’idea viene concepita comunque sempre in solitudine, per cosi dire, e poi viene sviluppata da entrambi mediante lo scambio di materiale via e-mail. Quando la base ci sembra più o meno sistemata allora andiamo nello studio di registrazione per inserire strumenti “veri” al pezzo. Ma più in generale tutte quelle idee che potrebbero venire in testa in una sala prove. Poi una volta che hai tutti gli ingredienti, si passa al ricostruire tutto a volte ribaltando anche completamente l’idea di partenza. Forse i pezzi risultano non lineari perché figli di un processo creativo anch’esso non lineare e caotico. Per quanto concerne la fonte dell’ispirazione direi che è un insieme di molti elementi: situazioni vissute, qualcosa che vedo, uno stato d’animo e cosi via. Quando hai abbastanza di queste cose dentro di te, allora l’ispirazione nasce in modo spontaneo. Un’altra cosa che mi ispira è cambiare spesso la mia tecnica compositiva, cambiare il modo in cui mi avvicino alla canzone. Se usassi sempre gli stessi strumenti, sempre gli stessi programmi etc. allora finirei per fare sempre le stesse cose. Il cervello come si sa si impigrisce velocemente e quindi finire ad usare sempre le stesse soluzioni sonore.

Una curiosità sul vostro particolare monicker: c’è qualche rimando implicito, oppure è davvero frutto dei fumi dell’alcol come da voi stessi dichiarato?
D- Sicuramente non c’è nessun rimando agli Her Space In Holiday, un gruppo che nemmeno ci piace, e che abbiamo conosciuto dopo mail di gente che ci chiedeva di caricare sul nostro myspace il brano dal quale a detta di tali persone avremmo preso il nome… e poi sì, davvero, vorrei potermi ricordare da cosa è nato… ma proprio niet, non riesco… quella sera so solo che abbiamo parlato per ore di politica.
P- I fumi dell’alcol c’entrano sicuramente, che poi avessimo in testa un rimando implicito o no quando lo abbiamo detto già, non lo sapremo mai. Ma ora poco importa. Il giorno dopo ci siamo svegliati con un nome per il gruppo che ci piaceva. Riguardo agli Her Space In Holiday, l’ho scoperto solo quando cercando su google Japanese Gum c’erano dei link che rimandavano a quel brano. Sicuramente c’entra di più il mio amore per il Giappone che per Her Space In Holiday.

Per concludere, cosa dobbiamo aspettarci in futuro dai Japanese Gum? Vi concentrerete maggiormente sulla promozione del materiale disponibile o avete già in cantiere qualche cosa di nuovo?
D- La promozione di Without You I’m Napping è in atto, abbiamo un po’ di date in giro e la critica appunto, ha iniziato a far uscire articoli su di noi da poco, quindi in questo senso posso dire che la palla al momento non è tra i nostri piedi…
…nel frattempo comunque stiamo ultimando i dettagli per far uscire il primo disco full-length, che spero riesca a vedere la luce il prima possibile.
P- Il futuro è per noi molto vicino, nel senso che ci stiamo preparando a far uscire l’album che però, visti i tempi che abbiamo impiegato per finirlo, lo sentiamo addirittura già un po’ vecchio. Attualmente stiamo lavorando già al secondo disco, che sicuramente non avrà tempi biblici come il primo!

Grazie per la disponibilità, magari ci risentiamo in occasione della vostra prossima uscita discografica. A voi l’onore della chiusura.
D- Grazie a te per l’intervista e per il lavoro importantissimo che fai e che molte altre persone fanno per pura passione senza uno straccio di remunerazione. Yo.
P- Sarebbe veramente un piacere per noi ritornare tuoi ospiti. Grazie infinitamente per averci dato questo spazio attraverso il quale ci siamo potuti far conoscere un po’ meglio. Inoltre concordo in pieno con Davide sul fatto che il tuo lavoro, come quello di altri, è fondamentale per far crescere interesse e per portare avanti la musica indie in Italia che altrimenti verrebbe snobbata dagli altri media.

A cura di Andrea Bosetti e Guglielmo Cherchi


2009 [Agalloch] Lonato del Garda, Olden Live Club

27 Marzo 2009

Agalloch
Lonato del Garda, Olden Live Club, 22 marzo

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Agalloch sonant, ergo sunt. Sembrano quasi più non esistere i tempi passati durante i quali recuperare informazioni e notizie sui tre di Portland era un’autentica impresa. Poco si sapeva su questo progetto fino ad una manciata di anni fa: dopo il secondo full lenght, ancora sprovvisto di sito internet proprio, e non cercava nemmeno di alimentare la vena underground di certi smanettoni.
Ora, improvvisamente, eccoli sopra ad un palco, davanti agli occhi di poco meno di due centinaia di spettatori, in un locale semisperduto della provincia bresciana; occhi attenti, vigili su ogni singolo movimento, altri persi e dilatati, quasi come in un sogno. Ha dell’incredibile come un gruppo di cui si riempiono quasi esclusivamente le pagine dei forum e dei blog riesca a radunare persone da tutta la nazione, disposte a sacrifici per quella sembra l’occasione della vita: il momento in cui i fautori di brani tanto ascoltati, spesso in solitudine, si parano innanzi, sudano, si prestano ad autografi, strette di mano, abbracci, fotografie. La cornice dell’evento, peraltro, bene si presta ad una concretizzazione di coloro che svariate volte sono stati immortalati sui booklet o su set fotografici abbastanza rari e conservati gelosamente. Osservare John Haughm, Don Anderson e Jason Walton (con l’aggiunta dell’ultimo arrivato, Aesop Dekker, dietro le pelli) mentre assistono mischiati al pubblico l’esibizione dei Dornenreich provoca in molti un turbinio di sensazioni che rende difficile anche solo rivolgere loro la parola; troppe sarebbero le domande, troppi sarebbero i complimenti. Allora si preferisce lasciare gli artisti al loro compito. E il compito l’hanno svolto, come nelle aspettative di tutti i presenti. Nonostante i problemi di audio. Nonostante il tempo limite raggiunto troppo presto, che non ha permesso loro di suonare un altro pezzo, a lungo richiesto dal pubblico. Nonostante la fretta di smontare tutta la baracca per partire di volata verso Praga, nel rispetto dei ritmi serrati di quella macchina che è il tour. Nonostante tutto gli otto brani proposti hanno sprigionato una forza difficile da lavare via. Si impiega qualche istante a capire come l’apertura sia stata affidata a Dead Winter Days, right back from 1999. I volumi sbilanciati amplificano i riff delle due chitarre e il drumming potente e secco, ma penalizzano la voce e il basso: il problema verrà in parte corretto nel corso dell’esibizione. Un’altra testimonianza del debut album è costituita da As Embers Dress The Sky, a cui viene incastrata I Am The Wooden Doors; le versioni, seppur rimaneggiate, suonano abbastanza fedeli a quelle ascoltate molte volte su disco. Quando si arriva all’imprescindibile In The Shadow Of Our Pale Companion l’audience ha ormai capito quale sia l’approccio degli Agalloch in sede live: metal fino al midollo. Manca per forza di cose tutta quella strumentazione che rende i brani del gruppo di Portland così particolareggiati e curati nel minimo dettaglio in sede di registrazione (pianoforte, fisarmonica, campane, woodchimes, tamburo, ecc.), dunque il baricentro degli arrangiamenti si sposta verso un impasto di riff e di effetti elettrici, cadenzati dal drumming di Drekker. Anche la voce di Haughm talvolta viene trascinata via da questo flusso sonoro, anche se non si sa quanto per scelta artistica piuttosto che per problemi al mixer. In ogni caso il ventaglio di brani selezionato continua con alcuni tra quelli a prevalenza strumentale: la combo Falling Snow e Limbs (con il pubblico in rigoroso silenzio durante le cesure) fino al brano del commiato, Bloodbirds (seconda parte della suite Our Fortress Is Burning), nella quale anche il gruppo si lascia trasportare dall’enfasi del climax ascendente. E anche quando la chitarra di Anderson smette di risuonare tra le pareti dell’Olden Club, ci si mette un po’ per realizzare che è tutto finito. Ma ad un sentimento di delusione per la brevità dell’esperienza si sovrappone la presa di coscienza di aver assistito ad un evento raro e al contempo prezioso. La trafila di foto, autografi e strette di mano attende i musicisti, che nonostante la fretta ben si prestano al contatto con il pubblico: entrambi beneficiano del ruolo interpretato dal proprio interlocutore.
Se vorranno tornare, in Italia saranno accolti con benvenuto. Se ci sarà un organizer che lo permetterà. Se ci sarà un altro Olden Live Club a lavorare per ospitare un altro evento di tale portata.
Agalloch are alive and well living in Lonato.

Setlist:
01. Dead Winter Days
02. As Embers Dress The Sky
03. I Am The Wooden Doors
04. In The Shadow Of Our Pale Companion
05. Falling Snow
06. Limbs
07. Not Unlike The Waves
08. Our Fortress Is Burning – Bloodbirds

Davide Buzzoni


2008 [Ceanne McKee] Wonderland

16 Marzo 2009

Italo-anglofona

Ceanne McKee
Wonderland
2008, autoprodotto
CDr

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A dispetto delle apparenze Ceanne McKee (al secolo Chiara Ragnini) è italianissima, di Genova per la precisione, e dopo anni di intensa gavetta passati tra collaborazioni, concorsi e attività live è giunta finalmente al debutto come solista.
Lo stampo è quello pop-cantautorale anglosassone, stile sobrio condito con una buona dose di personalità, sottolineata dalla scelta di cantare sia in inglese che in italiano. Semplice, essenziale e diretto, Wonderland è un disco estivo, di quelli che ci si gode volentieri in riva al mare, la cui frugalità viene esaltata da un’autoproduzione equilibrata. Autoproduzione che vede i propri umori lo-fi mitigati da arrangiamenti che per quanto scarni rivelano una preparazione e un senso armonico fuori dal comune, fotografando un’artista ormai perfettamente in grado di conquistare pubblici e platee ben più ampie rispetto a quelle a cui è abituata. Il comparto tecnico è quindi di discreto valore, considerando che Ceanne si è formata professionalmente con musicisti quali Andrea Maddalone e Roberto Tiranti; anche dal punto di vista vocale Wonderland regala sprazzi di indiscusso interesse ed è proprio in certe linee vocali che rieccheggia il lavoro fatto con Tiranti, capace di tirare fuori da Ceanne potenza o dolcezza quando il brano lo richiede.
Un buon esordio in definitiva, le capacità ci sono tutte, lo spirito e l’intraprendenza pure, così come i margini di miglioramento. Tanta fortuna! direbbe qualcuno, idem il sottoscritto.

Guglielmo Cherchi


2008 [Beat Pharmacy] Wikkid Times

1 Marzo 2009

In pace con se stessi significa essere liberi…

Beat Pharmacy
Wikkid Times
2008, Deep Space Media
CD

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Quarto disco con questo monicker, dato alle stampe sotto l’etichetta del francoamericano François Kevorkian, per il newyorkese di origine sudafricana Brendon Moeller. Lavoro ampio e cadenzato,  Wikkid Times, motivato dal desiderio di protesta che permea ogni verso di ogni testo e non solo, vista la foschia che circonda e lascia appena intravedere la Statua della Libertà in copertina, nemmeno considerata dallo sconsolato viandante.
Testi, si diceva, magistralmente interpretati da un collettivo di microphone controllers tra i più disparati. Apre il platter la voce dell’inglese Coppa, raccontandoci di come il male nel mondo si diffonda partendo dai tetti delle nostre case, su una base dub che si insinua nei vicoli più stretti della percezione uditiva, trascinandoci in una utopica spirale di ricerca della libertà. La successiva Time, che vanta la collaborazione dell’ottimo Damon Aaron (autore a sua volta del recente e piacevolissimo Highlands), si attesta invece su binari più soffusi e sfumati rispetto all’apripista, pur mantenendone la quintessenza utopica, nella speranza che le sabbie del tempo non arrivino ad intaccare l’amore e la sua poesia.
Proseguendo lungo le undici tracce, che portano il disco ad una durata complessiva di quasi ottanta minuti, troviamo a prestare le proprie corde vocali Spaceape, Paul St. Hilaire, Ras B e Infinity, oltre ad un’ottima traccia strumentale centrale, House Of Love, che dona al disco una struttura simmetrica, oltre ad accentuare maggiormente le tonalità sfumate del platter grazie ad un inaspettato e riuscitissimo utilizzo dei fiati, estremamente valorizzati dalle strutture portanti vagamente spruzzate di techno. Si riparte poi con il componimento forse più personale, Piece Of Mind, con il già citato Coppa di nuovo dietro al microfono a parlarci di cosa sia effettivamente la libertà, tanto all’atto pratico quanto concettualmente. La successiva Ghostship e l’eloquente Nuclear Race costituiscono a loro volta un binomio dalla spiccata tendenza minimal, portando all’ambizioso lavoro ventate d’aria fresca ed evitando di segregarlo negli ormai stagnanti ed abusati canoni del dubstep più comune.
Viene infine lasciato a Ras B il compito di fornire all’ascoltatore un’apologia della libertà di pensiero, oggi atrofizzata dalle classi più benestanti e dal loro Dio Danaro, in Assassination Of The Mind, che con sdegno e indignazione tenta di far emergere un qualche sentimento sopito dalle consuetudini del terzo millennio.
Un disco profondo, esistenziale, insomma, in cui nulla è lasciato al caso; e a ben vedere, sotto tutto il marciume, oltre la foschia, forse, qualcosa di bello ancora c’è. Se lo si vuole trovare. «A world of deceit, a world of misery, but still, it stands so beautiful.». Rise high, Brendon.

Andrea Bosetti


2009 [Iced Earth] Milano, Rolling Stone

23 Febbraio 2009

Iced Earth
Milano, Rolling Stone, 22 febbraio 2009

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L’accoglienza del Rolling Stone è piuttosto esplicativa: metallari convinti, capello fluente e chiodo usurato, sbucano da ogni dove. D’altronde, nulla più ci si può aspettare da un evento di (poco) richiamo come una performance degli Iced Earth e dei Saxon.
Bando alle ciance e alla solita offerta 3×25 dell’habitué Scarlet Records, e via verso il palco. Trattandosi di un Paese come l’Italia, dove ciò che non è brontosauro non è bello, è ovvio che la chiusura spetti ai Saxon, ma è un po’ meno ovvio che in un tour di co-headlining una band come gli Iced abbia quasi venti minuti in meno a disposizione sul palco rispetto agli Inglesi.
Premesso tutto questo, una volta davanti al posterone di The Crucible Of Man, non resta che godersi lo spettacolo.
Purtroppo la scaletta lascia davvero molto, moltissimo a desiderare, e l’arrivo sul palco di Schaffer, Barlow, Seele, Vidales e il mingherlino Smedley non esprime al meglio la caratura del gruppo, poiché il biglietto da visita è dato da una manciata di brani di scarsa utilità dritti dritti dagli ultimi due lavori, completamento della trilogia Something Wicked.
Tuttavia, dall’urlo di Matt «this one’s called Burning Times», il pit ha cominciato a mietere vittime, i cori si sono levati, la temperatura si è alzata e Jon ha iniziato a sorridere.
Il succedersi dei due pezzi più violenti di Dark Saga, poi, non ha fatto altro che aumentare la carica degli spettatori e la voglia di suonare dei musicisti. Come da copione, la mandria di esaltati non manca mai, e il giorno in cui decideranno di prendere a randellate i pogatori che menano cazzotti o tengono i gomiti ad altezza d’uomo non sarà mai troppo tardi, ma il triste siparietto di violenza non ha impedito la perfetta riuscita di Vengeance Is Mine e Violate.
Il momento di tranquillità è portato da Watching Over Me, come sempre eseguita magistralmente ed in grado di arrivare al cuore degli ascoltatori; a lanciare la stessa, un apprezzamento a nome della band da parte di Barlow, che ringrazia tutti coloro che regolarmente contattano il gruppo per manifestare la loro partecipazione e l’importanza di brani come quello in questione.
Proseguendo, i vertici dell’interpretazione canora del rosso vengono probabilmente raggiunti con la coppia DraculaMelancholy. Anche in questo caso, un piccolo spettacolino tutto italiano; Barlow, introducendo Dracula, si è lanciato in una frase in inglese di senso compiuto: «This song is something like a love story, but as you know, when Iced Earth have something to do with a love story, it means that something really bad is going to happen to somebody». Silenzio più totale da parte del pubblico, che evidentemente ha capito mezza sillaba o poco più. Matt ci pensa su un attimo, poi risolve la questione all’incirca così: «And this is why the song is so fucking heavy metal!». Delirio e degenero in platea. Ah, il metallaro medio italiano, una figura di spessore.
Comunque sia, le chitarre viaggiano, la parte ritmica macina colpi, e l’ugola del frontman non conosce stanca lanciandosi in note alte che starebbero dietro al miglior Ian Gillan; tutto procede alla perfezione, non fosse che… È già il tempo dei saluti.
La scaletta dei precedenti concerti dava spazio a due bis, la devastante The Hunter e il classico omonimo del gruppo, mentre per qualche ignoto motivo in quel di Milano il tempo è sufficiente solo e soltanto per un pezzo, e la precedenza va chiaramente ad Iced -motherfucking- Earth.
L’inchino finale della band e l’incoraggiamento per gli imminenti (ed immensi, a onor del vero) Saxon lasciano un po’ di amaro in bocca al termine di uno show troppo breve per rendere giustizia ad un collettivo che, pur con qualche disco sottotono, ha lasciato un segno non indifferente in un genere preda di prodotti di dubbio gusto quale il power metal.

Setlist:
01. Intro
02. Behold The Wicked Child
03. Invasion
04. Motivation Of Man
05. Setian Massacre
06. Burning Times
07. Declaration Day
08. Vengeance Is Mine
09. Violate
10. Pure Evil
11. Watching Over Me
12. Ten Thousand Strong
13. Dracula
14. Melancholy (Holy Martyr)
15. My Own Savior
Encore:
16. Iced Earth

Andrea Bosetti


2008 [Irezumi] Endurance

19 Febbraio 2009

La via di Shackleton

Irezumi

Endurance
2008, Snowblood
CD

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«… nell’Endurance avevo riposto ambizione, speranza e desiderio. Adesso, gemendo e stridendo, mentre i suoi legni si spezzano e le sue ferite sanguinano, sta lentamente morendo, proprio ora che la sua carriera era appena iniziata.»
[Ernest Shackleton, South!, cap IV.]

Con queste parole Ernest Shackleton, a capo della Spedizione Imperiale Trans-Antartica, si congeda dalla Endurance, il veliero che aveva condotto lui e il suo equipaggio sul pack antartico, due settimane prima che s’inabissasse.
Manuel Mesdag, giovane musicista francese meglio noto per la sua attività nel campo dell’house e della techno, dedica all’eroica spedizione britannica il suo primo (e si spera che non sia l’ultimo) disco ambient. A differenza della Endurance il buon Manuel sembra muoversi agevolmente tra i gelidi climi polari, tra field recordings tutt’altro che invasive e ariosissime aperture melodiche descrive con dovizia di particolari l’avventura nell’estremo di Shackleton e dei suoi uomini; senza calcare troppo la mano su partiture barocche e pseudo-sinfoniche Mesdag dà il giusto risalto ai momenti drammatici con l’ausilio di spoken parts costruite ad hoc («I will not let them die. Do you understand? I will not let them bloody die!»). Ne risulta un album ricco ma snello, che a dispetto della durata di poco superiore all’ora e cinque minuti scorre via che è un piacere, catallizzando l’attenzione dell’ascoltatore con abilità e tempismo, essenziali per la buona riuscita di un’opera ambient così lunga.
Per concludere le (poche) note dolenti: Endurance non è originale, non si fa portatore di alcuna rivoluzione stilistica e né aspira a ricoprire quel ruolo, è un album che il critico più asettico definirebbe scolastico, formalmente ineccepibile. Lascia però delle indubbie emozioni, basta lasciarsi trasportare, ben coperti s’intende, nel gelo polare.

Guglielmo Cherchi


2008 [Japanese Gum] Without You I’m Napping

8 Febbraio 2009

Sonnecchiando, stavolta meno silenziosamente

Japanese Gum
Without You I’m Napping
2008, Cydonia / Nomadism / Sito Ufficiale
CD/EP/download gratuito

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Arrivati al debutto su disco nel 2007 con Talking. Silently e.p. (Marsiglia Records), i Japanese Gum, duo genovese già con un discreto seguito e buone critiche alle spalle, si affaccia nuovamente al pubblico nell’ottobre del 2008 con un altro ep di soli tre brani.
Se il suo predecessore si muoveva su coordinate squisitamente elettroniche, Without You I’m Napping pone l’accento sulla chitarra elettrica, protagonista attiva nell’evolversi di pezzi variegati e ricchi di sfumature. Anche le trame ritmiche sorprendono per il ruolo di primo piano di cui vengono investite, e vivacizzano in maniera sensibile lo svolgersi di un pur breve ep, che nonostante una durata inferiore al quarto d’ora sa regalare spunti e sensazioni d’inaspettata freschezza. Chlorine Blue preme sull’acceleratore fino a sfociare in un trambusto chitarristico di genìa shoegaze, le successive Cannibalism Next Door e Part-Time Assholes presentano sprazzi cantati e suggestivi intrecci elettronici nei quali i Nostri si muovo più che a loro agio, dimostrando una padronanza invidiabile dei propri mezzi.
Promossi a pieni voti, lodevole anche l’iniziativa di rendere disponibile questo ep in download gratuito attraverso il sito ufficiale.

Guglielmo Cherchi


2009 [port-royal] Milano, La Casa 139

4 Febbraio 2009

port-royal
Milano, circolo Arci La Casa 139, 24 Gennaio 2009

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Nemmeno due anni sono passati da che la formazione genovese si esibì a Sesto San Giovanni, nel milanese, davanti a un paio di dozzine scarse di avventori.
La fervente attività e l’impegno profuso sia in studio che, soprattutto, sui palchi e nei club di mezzo continente (sempre prediligendone la parte orientale, s’intende) hanno però fatto sì che questa volta, in via Ripamonti, a un passo dal centro di Milano, il modesto circolo culturale fosse gremito di fan di ogni genere ed età, in attesa delle ormai conosciute note di Flares e Afraid To Dance.
Poco prima delle ventitré ecco il quartetto salire sul piccolo palco de La Casa con il semi-annunciato temporaneo cambio di formazione: ad affiancare Bruzzone, Diamantakos e Vatagin, questa volta ci sarà il greco Dergar, che doveva originariamente essere ospite per le sole date russe del tour.
Tanto meglio, dunque, ed ecco che, dopo aver informato i presenti dell’inaspettata collaborazione via iBook, il pubblico viene cullato dalle note di un brano ancora non titolato, che con tutta probabilità finirà nel nuovo album attualmente in lavorazione.
Il marchio di fabbrica è come al solito riconoscibilissimo nella sua unicità, e il pubblico non tarda ad apprezzare la proposta del gruppo, nemmeno all’aprirsi della seconda traccia, un altro inedito, che questa volta però viene presentato come Trancey. I video, sempre in bilico tra la realtà quotidiana e quell’ingrediente segreto che rende le composizioni audiovisive del gruppo (perché ormai, dal vivo, un senso non può più prescindere dall’altro, grazie al sublime connubio operato da Sieva Diamantakos) , sono apprezzatissimi dall’audience, che ringrazia e, si spera, ripaga con scroscianti applausi al termine di ogni pezzo.
I componimenti sono vissuti in modi estremamente differenti dai presenti, come trasognati: c’è chi balla, c’è chi segue con attenzione lo schermo e gli artisti, c’è chi si prende qualche momento di pausa per staccare la spina, scollegarsi dalla realtà e lasciarsi trasportare dalle note verso luoghi lontani, possibilmente ad Est ma non solo.
L’ormai classica Zobione pt.2 ci riporta visivamente sulla strada, a darci uno spaccato di quello che è il mondo alla luce dei lampioni, dei fari delle auto e della pioggia scrosciante, prima che la magnifica Anya: Sehnsucht torni a scarrozzarci in giro per il mondo in cerca di abbracci gratuiti.
I pezzi si susseguono, la stanza è satura di atmosfera ed emozioni, e le strade innevate che contornano Deca-Dance ci ricordano che, nonostante l’inverno, c’è sempre un po’ di spazio per il calore. Purtroppo, questo è anche l’ultimo pezzo prima dei due encores, la nota Jeka con le sue vedute marittime e un altro inedito, e l’esperienza si risolve in circa un’ora e mezza di esibizione.
Il risultato finale è però accolto decisamente bene, e i volti al momento dell’uscita sono più che soddisfatti.
L’unico personalissimo appunto riguarda la gestione del locale: la sala è stata sgombrata a velocità supersonica, sia sopra che sotto il palco, e i tanto zelanti quanto decisamente poco simpatici buttafuori non hanno concesso nemmeno un secondo di contatto con la band. Peccato.
Ma forse è meglio così, gli artisti devono rimanere irraggiungibili, conservando quell’aura un po’ magica che si creano agli occhi degli ammiratori, ancora capaci di piangere per un film, ma non più in grado di versare lacrime nella vita.

Setlist:
01. still untitled
02. Trancey (The Photoshopped Prince)
03. Zobione pt.2
04. Anya: Sehnsucht
05. Nights In kiev
06. Eva Green
07. Putin Vs. Valery
08. Deca-Dance
Encores:
09. Jeka
10. Susy: Fading Blue East

Andrea Bosetti


1988 [Fields Of The Nephilim] The Nephilim

15 Gennaio 2009

Con la vista offuscata, seguimi attraverso…

Fields Of The Nephilim
The Nephilim
1988, Beggars Banquet
CD

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“Gli anni ottanta sono stati gli anni dell’inutilità. Sono stati gli anni dell’hard rock brillantinato, del glam metal di dubbio gusto, del synthpop da due soldi.” Nota citazione che si potrebbe affibbiare ad un qualunque “rocker” medio odierno, nostalgico della decade dell’eroina o di quella dei trip da LSD.
Eppure, sollevando appena appena un sottile strato di pattume, si entra in contatto con mondi vari e colorati, poggianti sulla new-wave dei Cure e dei Joy Division. Unendo ora i puntini, con la new wave da una parte e il movimento post-punk di formazioni come i Sad Lovers And Giants dall’altra, l’amalgama di colore si rende più oscuro e fosco, portando piano piano all’affermazione il genericamente detto fenomeno gothic.
Proprio di questo trend sono (stati, ahinoi) portavoce i Fields Of The Nephilim di Carl McCoy e dei fratelli Wright. L’uggiosa Inghilterra e l’hinterland londinese hanno sicuramente fatto la loro parte nel bagaglio culturale della compagine, che lascia ai posteri una seconda prova quanto mai eterea e pregna di malinconia, rassegnazione e ben poca fede.
So let it feel… unreal; con queste parole si apre Endemoniada, e già dai primi vagiti il disco mette le cose in chiaro: il mondo contingente è un estraneo, il paesaggio è quello onirico, i personaggi anime e demoni, e l’unica vera superiorità è riconosciuta a Cthulhu.
Date queste premesse, il lavoro si snoda lungo nove brani dalle diverse caratteristiche, per un totale di quasi un’ora di musica, supportata da una magistrale interpretazione di McCoy a metà tra un cantato pulito ed emotivo e tonalità sporche e sofferenti.
La già citata opener, nei suoi sette minuti di cui più di tre di introduzione, ci spalanca le porte di un mondo onirico costruito su arpeggi e riff soffusi e smussati, di facilissima collocazione ottantiana, eppure lontani anni luce da ciò che è comunemente ricordato.
I pezzi seguenti, pur se più “tirati” e d’impatto, quali The Watchman e Chord Of Souls portano avanti con coerenza il discorso, lasciando successivamente spazio a soluzioni più suggestive e cadenzate, oltre che dilungate (Celebrate, Last Exit For The Lost), che vanno a concludere il disco donandogli un tocco quasi cantautoriale (nell’intera Celebrate, in tutti i suoi quasi sette minuti di durata, non c’è traccia di comparto percussionistico), naturalmente con tutti i crismi del caso.
Spesso erroneamente tacciato di essere portatore di una forma mentis troppo superficiale, The Nephilim, contrariamente alla media del prodotto gothic, è un lavoro compiuto, curato, ispirato e profondo, non per niente considerato uno dei capisaldi del genere. Ci sarà un motivo se figuri come Don Anderson ne citano il pesante influsso nelle proprie produzioni.

Andrea Bosetti


2008 [The Tangent] Not As Good As The Book

14 Gennaio 2009

Londra, 25 anni dopo

The Tangent
Not As Good As The Book
2008, InsideOut
CD

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È come se quei venticinque anni non fossero mai passati per Andy Tillison, imperterrito promulgatore del prog di britannica fattura, scolastico se vogliamo, ma con la giusta dose di aria fresca. Aria fresca che però col passare degli album tende sempre più a rarefarsi, a causa dell’inalterato repertorio espressivo di cui sono dotati lo stesso Tillison e la sua band, che cambia veramente pochino rispetto al mini-stravolgimento avvenuto con l’abbandono di Roine Stolt (che diciamolo, valeva per due), e che prosegue sulla falsariga dell’acclamato A Place In The Queue.
Tralasciando la questione concept, difficile da analizzare a meno di non aver acquistato la super-mega-fantasmagoric edition, possiamo tranquillamente soffermarci sugli aspetti musicali di questo doppio album. Cominciamo dalla durata complessiva di oltre un’ora e mezza, riempita tutto sommato in maniera sapiente, ma ancora troppo distante dal rendere fruibile un disco del genere ad un ascoltatore poco avvezzo ai tempi del prog. Per il resto i caratteri son quelli già espressi negli album passati, ci sono gli Yes, i Van Der Graaf Generator, il jazz di canterburiana memoria; tutte componenti già presenti nel sound di buona parte delle storiche band svedesi, non a caso ben tre membri degli attuali Tangent sono basati a Malmö. Not As Good As The Book vede limati e perfezionati gli intrecci vocali, suonando per questo meno meccanico e forzato rispetto al suo predecessore, chi pensava che la cosa avrebbe avuto ripercussioni positive sull’immediatezza generale del platter rimarrà comunque deluso.
Come tanti gruppi del genere i Tangent fanno tanti passi avanti quanti ne fanno indietro, ma da un gruppo giunto ormai al quarto album su un’etichetta prestigiosa era lecito aspettarsi di più. Compitino, arricchito da disegni simpatici e colorati, ma pur sempre un compitino.

Guglielmo Cherchi


Dark Tranquillity

10 Gennaio 2009

Correva l’anno 1989, quando a Göteborg cinque giovincelli di belle speranze fondarono un gruppo thrash come tanti se ne sentivano all’epoca, i Septic Broiler.
septic-broilerUna volta stampate centocinquanta copie del primo demotape, Enfeebled Earth (1990, autoprodotto), Anders Fridén (voce), Mikael Stanne (chitarra), Niklas Sundin (chitarra), Martin Henriksson (basso) e Anders Jivarp (batteria) cambiarono il nome della loro creatura artistica, dando ufficialmente vita ad una band che negli anni a venire avrebbe fondato, sviluppato e portato ai massimi vertici un intero genere: il death metal melodico. Era il 1991, ed erano nati i Dark Tranquillity.
Dopo due EP dalla limitatissima tiratura in 7” per etichette minori nel 1992, fu la volta del primo vero lavoro completo. Skydancer (Spinefarm) vide la luce nel 1993, e fin dai primi secondi le capacità del quintetto si dimostrano superiori alla media, nonostante la giovane età. Per quanto la produzione sia tutto meno che curata, per quanto il suono risulti acerbo, per quanto i musicisti siano inesperti, la strada dell’innovazione è ormai intrapresa. Fridén, che all’epoca sapeva ancora cantare, si rende protagonista di un’interpretazione personalissima, dal tratto a volte lacerante, tanto sfrutta le sue corde vocali. Sundin e Stanne, alle sei corde, si fanno portatori di melodie decisamente più tranquille ed avvicinabili rispetto alle veloci sfuriate cui la nascente scena svedese, con lavori quali Left Hand Path e Like An Everflowing Stream stava abituando i suoi ascoltatori. Gli stilemi originali del death metal sono ancora presenti, e il retaggio è quello di un’evoluzione partita dal thrash più classico e poi sviluppatasi, negli anni, attraverso il lavoro di formazioni come i Merciless di The Treasures Within, o i già citati Entombed, e prima ancora i Nihilist.
Il salto vero e proprio, il lavoro che annovererà la band tra i nomi di culto del metal, si ha con il primo prodotto targato Osmose, il mai abbastanza lodato The Gallery (1995).
I cambi di lineup, con il cambio di Stanne alla voce (a sostituire Fridén che decise di concentrarsi sui soli In Flames) e the-galleryla conseguente entrata di Fredrik Johansson come secondo chitarrista, portano il gruppo ad esprimersi in modo decisamente più completo, e dal punto di vista dell’interpretazione, e dal punto di vista della composizione. Il songwriting questa volta risulta molto più articolato e vario rispetto al passato, ed abbiamo così un’opener schiacciante come Punish My Heaven (classico del gruppo ed inarrestabile carta da giocare in sede live) dal testo evocativo e dalle immagini poetiche, seguita da un brano breve e cadenzato come Silence, And The Firmament Withdrew, che spiana la pista ad una nuova furiosa cavalcata, Edenspring, questa volta incentrata sulla tematica dell’alcolismo, trattata in un ibrido tra sensazioni personali e mitologia. Il disco procede, tra un picco e un vertice, fornendo uno dei più validi manifesti del death di scuola svedese, completo di tutto ciò che si troverà da li in poi nel novanta percento della produzione affine, interludio strumentale (Mine Is The Grandeur…) compreso.
Ormai attestatisi tra gli esponenti più validi e influenti del genere, i Dark Tranquillity si trovano al varco del fatidico “terzo album”. Durante le sessioni vengono registrate sedici tracce, di cui solo dodici finiscono sul disco. Le rimanenti quattro andranno infatti a formare l’interessante ep Enter Suicidal Angels (1996, Osmose), apripista del full-length, degno di nota soprattutto per la presenza di un brano totalmente atipico quale Archetype, la traccia conclusiva, che viene descritta dallo stesso gruppo con due parole: “Techno, actually”.
La personalità e l’ispirazione non mancano, comunque, e il varco viene brillantemente superato dando alle stampe The Mind’s I (1997, Osmose), disco che in potenza presenta già tutto ciò che sarà più compiutamente espresso con i lavori a seguire. Si ha a che fare infatti con i primi vagiti di commistione elettronica che successivamente diverranno marchio di fabbrica del sound del combo svedese, seppur in questa sede siano presenti in fase poco più che embrionale. Il sound nella sua completezza è infatti ancora completamente inscrivibile nei canoni classici, che però grazie alla personalissima rielaborazione operata risultano molto meno limitanti e più vari. Abbiamo così un brano dai numerosi e graduali cambi di tempo quale Hedon, una delicata introduzione acustica con tanto di voce femminile prima del corpo del brano vero e proprio nel caso di Insanity’s Crescendo, una conclusiva outro strumentale in cui le chitarre si mescolano a soluzioni elettroniche per quanto riguarda la titletrack. Spesso sottovalutato, questo terzo disco è in realtà un anello fondamentale nella catena evolutiva dei Dark Tranquillity; è il definitivo abbandono dei binari da loro stessi creati verso nuovi lidi.

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Il 1999 è foriero di diversi cambiamenti: innanzitutto la seconda chitarra è lasciata da Fredrik Johansson a Martin Henriksson, che al basso viene sostituito da Michael Nicklasson, inoltre si ha il passaggio del gruppo alla ben più celebre Century Media, etichetta che supporta gli sforzi degli Svedesi in questione a tutt’oggi; il lavoro che inaugura questa collaborazione è un unicum tanto nella produzione del gruppo quanto nella scena musicale, risultando di impossibile etichettatura. Projector è infatti il “disco strano”, il risultato che non ti aspetti, la deviazione da una strada già di per sé piuttosto tortuosa: il growl passa in secondo piano a favore di un’interpretazione pulita in cui Mikael sfrutta appieno tutto il suo spettro vocale, e la distorsione delle sei corde tutto rimembra fuorchè il death metal. Ciò che ci si trova davanti, a conti fatti, è un disco semplice, ben più immediato dei suoi predecessori, che nonostante strizzi l’occhio a lidi che il metallaro medio solitamente rifugge riesce a non cadere mai nel banale. Ecco quindi che ci troviamo davanti la splendida ThereIn, dualistico tormento emotivo che dieci anni dopo ancora scalda i cuori degli appassionati sotto i palchi di tutto il globo, o la seguente Undo Control, nuovo duetto vocale col gentil sesso. Ogni traccia ha un suo diverso perché, dalla toccante Nether Novas alla più lanciata Dobermann; il filo conduttore è ben evidente, il disco, nella sua campana di vetro, è omogeneo, e la band si è spinta nuovamente “oltre”.
Passa solo un anno, ma la necessità di sfogo artistico sembra non avere fine, e il gruppo si ritrova in studio a registrare Haven (2000, Century Media); la più grande novità è il passaggio a sestetto, formazione valida ancora ai giorni nostri, con l’aggiunta di Martin Brändström alle tastiere e agli inserti elettronici. Com’è prevedibile, il risultato muta per l’ennesima volta: ecco che ci troviamo dinanzi un disco semplice, diretto, ben prodotto e in cui poco o nulla è lasciato al caso. La sensazione è di trovarsi ad ascoltare un lavoro preparato a tavolino, e purtroppo o per fortuna è la sensazione che dall’entrata del nuovo millennio accompagna tutto ciò che viene targato Dark Tranquillity. Il sound, forte ora di una prorompente compresenza elettronica è decisamente dirottato verso la facile presa dell’ambiente live, piuttosto che verso l’ascolto intimo e singolo. Pezzi come Wonders At Your Feet, Indifferent Suns o la stessa Haven sono veloci, brevi e compatti, e sul palco non temono confronti. Tutto questo, come detto, a discapito della profondità e della molteplicità dei livelli d’ascolto di cui potevano rendersi protagonisti dischi come The Gallery o The Mind’s I.
Ciò che non è cambiato, ancora, è la propensione di Stanne ad incentrare i testi sull’esperienza soggettiva, alla non-archetipizzazione delle esperienze comuni.
Questo è il corso che i musicisti di Göteborg hanno intrapreso e coerentemente portato avanti nell’ultima decade, prendere o lasciare.
Il definitivo consolidamento di questo modo di esprimersi arriva con Damage Done (2002, Century Media): per la prima volta dalla loro fondazione, i Dark Tranquillity non si rinnovano, non aggiungono nuovi tasselli al mosaico, ma si “limitano” a portare avanti il discorso iniziato in precedenza. Gli angoli vengono smussati, la superficialità di alcuni momenti viene rafforzata, la carica viene rinvigorita e l’elettronica spadroneggia un po’ meno. Il lavoro è certamente la migliore incarnazione di questa ultima versione della band: tutto ciò che poteva essere migliorato è stato migliorato, e il disco parte in quarta con l’indimenticabile assalto di Final Resistance, solo per continuare con la monolitica Hours Passed In Exile. Dall’inizio alla fine il full non conosce un momento di stanca, anzi, continua a sorprendere data la peculiarità di ciascuna traccia rispetto alle altre, dalla melodia di The Enemy alla furia di White Noise / Black Silence, trascinando l’ascoltatore in quello che è uno dei pochi punti di riferimento davvero validi nel calderone del melodic death propriamente detto.
Visto il successo di critica e pubblico, la decisione pare ovvia: è il momento giusto per la prima registrazione live. niklas-sundinEcco quindi che prendono forma il Live Damage (2003, Century Media), dvd basato sulla registrazione dello show a Cracovia durante il tour promozionale di Damage Done, ed Exposures: In Retrospect And Denial (2004, Century Media), pubblicazione contenente lo stesso live in versione cd e un secondo disco in cui vengono finalmente inserite compiutamente tutte le composizioni originali del gruppo escluse dalle tracklist dei full per un motivo o per l’altro (trattasi quindi di tutte le b-sides e dei quattro pezzi incisi sui primi due demo). Il concerto di per sé non è nulla di pretenzioso, ma fornisce un perfetto spaccato di quella che è l’attività della band sul palco, senza manie di grandezza ma di grande personalità e professionalità.
Tornati in Svezia, è tempo di tornare a comporre, e il primo assaggio di ciò che sarà viene dato giusto pochi mesi prima dell’uscita del lavoro completo, ed è l’ep Lost To Apathy (2004, Century Media), composto da quattro pezzi. La titletrack, di facilissima presa e dall’enorme carica, sarà anche il biglietto da visita di Character (2005, Century Media), versione ancora più riveduta e corretta di Damage Done, quindi terzo lavoro in studio a seguire le stesse coordinate. Anche in questo caso le tracce d’effetto sono diverse, dalla opener The New Build (perfetto parallelo di Final Resistance) a Senses Tied (parente prossima di White Noise / Black Silence), fino ad arrivare a My Negation, composizione di oltre sei minuti che chiude il disco con un tocco di malinconia e riporta una certa varietà nel songwriting. Anche questa volta l’impegno profuso nella promozione del disco è enorme e porta la band a suonare sui palchi di tutta Europa e America per più di un anno, secondo formula ormai consolidata.

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Senza modificare la routine degli utlimi sette anni, ecco che a metà 2007 esce Fiction (Century Media), largamente anticipato e atteso dalle schiere di fans. Anche in questo caso, un assaggio del disco era stato dato dall’ep Focus Shift, promosso esclusivamente durante alcuni concerti, ed anche in questo caso il prodotto finito non sorprende. Il discorso iniziato con Haven continua ancora, ma questa volta è stata lasciata da parte almeno per un momento l’omogeneità a favore di una maggiore varietà di espedienti. Fiction è infatti summa di tutto ciò che è stato fatto nei precedenti tre lavori, con in più qualche riminiscenza precedente. Ecco quindi che ci troviamo davanti la classica opener (Nothing To No One), il brano “di presentazione” (Terminus), e i brani di facile presa (The Lesser Faith, Focus Shift) e, a sorpresa, parti vocali femminili e in clean dallo stesso Stanne in chiusura (The Mundane And The Magic, nonostante contenga più di un richiamo alla già citata My Negation), così come un pezzo dalla lunga parte introduttiva e del cui testo si è occupato, per la prima volta in quindici anni, Niklas Sundin (Inside The Particle Storm). Dopo la pubblicazione del disco, la band ha salutato Michael Nicklasson, che dopo dieci anni ha abbandonato le quattro corde per “ragioni personali”, cedendo il posto all’attuale Dimension Zero ed ex-Soilwork Daniel Antonsson.
Di nuovo, il tour conseguente ha coperto le terre emerse in lungo e in largo, diffondendo il verbo di Göteborg sui palchi di mezzo mondo, fino a giungere, un anno e mezzo dopo l’uscita del disco, alla registrazione di un secondo live, di cui si è già parlato qui.
Durante la redazione di queste righe, stando ai comunicati ufficiali, i Dark Tranquillity si stanno prendendo un momento di pausa dalla preponderante attività dal vivo per riprendersi, mettere insieme “nuove” idee e tornare in studio. A meno di una nuova illuminazione, il risultato è già scritto, ma poco importa; gli anni passano, le persone maturano, e se questo significa avere un quinto disco privo di rilevanti novità, vista la perizia e la serietà posta nei precedenti… ben venga.

Andrea Bosetti


2008 [Orplid] Greifenherz

24 Dicembre 2008

Quando i teteski s’arrabbiano

Orplid
Greifenherz
2008, Auerbach Tonträger
CD

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Li avevamo lasciati a quel gioiello etereo che era Sterbender Satyr con la speranza di ritrovarli il più presto possibile, e i nostri amici Orplid non ci hanno neppure fatto attendere molto. Due anni sono passati da quell’ultima indelebile fatica, che oggi non riesco a non includere tra i più brillanti esempi di neofolk elettronico partorito in Europa, in grado di raggiungere inaspettate vette di poesia.
La poesia è rimasta, e si presenta in un’altra forma rispetto a Sterbender Satyr: se quest’ultimo fa dell’armonia e di una elegante delicatezza i suoi assi nella manica, Greifenherz si presenta come il suo (quasi esatto) opposto. I marzialismi già assaggiati nell’ormai lontano Barbarossa (2000, Eis Und Licht) si fanno consolidata realtà in diversi brani, così come le distorsioni, le chitarre elettriche (!) e le dissonanze. Traum Von Blashyrkh non dovrebbe lasciare dubbi su ciò a cui mi riferisco, vuoi vedere che gli Orplid si son dati al black metal? non è difficile immaginare Greifenherz, opportunamente suonato con chitarra, basso e batteria, con le sembianze di un disco black.
Un platter che unisce saggiamente l’asettica freddezza delle percussioni marziali alle pennellate sanguigne che ne affrescano l’imponente musicalità, riscaldata dalla voce di un Uwe Nolte sempre più ispirato, affiancato per l’occasione dalle voci celestiali di Sandra Fink e Katharina e Madeleine degli Schattenkinder.
L’aspetto lirico riveste come sempre un ruolo di punta all’interno della proposta orplidiana, il paroliere tedesco Rolf Schilling partecipa oltre che in veste di autore, come lettore in Gesang An Den Horusfalken; Der Anarchist, inoltre, vanta un testo del drammaturgo Frank Wedeking.
Ancora una volta gli Orplid cambiano aspetto, sorprendono e lasciano il segno, con un album la cui sostanza è senza dubbio meno digeribile rispetto a quella dei trascorsi, ma lascia un sapore in bocca…

Guglielmo Cherchi


(Io mi) Bugo

15 Dicembre 2008

HO IL GRANCHIO NEL CERVELLO

I.
Perdersi per perdersi tanto vale annientarsi.
Riavvolgere il nastro, cadere in avanti.
Sprovincializzarsi.
Rinnovarsi.
Abbandonare il consunto filtro intellettivo,
suonare per suonare tanto vale riversare subito.
E’ il concetto di immediatezza.
La crisi. Dappertutto.

Tanto lo so cosa vuoi.

II.

Tanto lo so cosa vuoi.
E chi se ne frega, dirai tu.
Ma importa il cosa, non il come.
Se la demenzialità è prerogativa degli stolti, la spontaneità è esclusiva del genio.
Di questo si parla.

E’ colpa mia
lo dico io
è colpa tua
lo dici tu.

Laser.

III.

[...]

IV.

Trasmettere impulsi sempre differenti da punti remoti dei cervelli altrui, qualunque essi siano, alti o bassi non ci frega. Siamo tutti uguali, per questo originali e banali. Con i mali in comunione.

Scavare nel profondo, è come fare le parole incrociate.

V. VI. VII.

Tanto lo so cosa vuoi.
Mi dici che gli intellettuali sono morti nelle loro deficienze. Si sono mangiati l’un l’altro le idee fino a renderle ugualmente (es)temporanee nei salotti rococò la domenica pomeriggio alle 17. Si sono denaturati di loro stessi. Si sono lanciati avvicendevolmente lontani ma non sono arrivati da nessuna parte. Si sono sputati addosso. Si sono amati. Si sono ignorati. Ma erano altro e sono rimasti altro. Erano poco e sono rimasti poco. Facevano schifo e nello schifo sono rimasti. Erediteremo noi stessi. Non loro, nient’altro. Noi stessi. Ma siamo così banali, porca troia. Siamo davvero così banali? Sì. Decisamente.

VOOO. VOOO. VIII.

Siamo banali e tu lo sai. [...] Ci ricopriamo degli stessi pensieri. Degli stessi bisogni. Andiamocene a Milano. Andiamocene a Milano, per favore. Scappiamo dalla provincia che brucia. Che muore. Scappiamo verso la verità che è di tutti. Filosofi sarete voi. Noi siamo altro. Noi siamo meglio. Noi siamo meglio.
Iperblues.

La nave, la nave, la nave va nel mare
Porta con sé le delusioni che non riusciamo a dimenticare
Maledetta nave
Maledetto mare.

Tanto lo so cosa vuoi, non sono io. Non io, non le sporadiche attenzioni che riservi ai pensieri peggiori e ai nostri incontri migliori, non il pop che sa di salsedine di mare di stambecchi di montagna di rifiuti tossici di periferia e di amori da cameretta, siamo tesi verso le mensole, siamo tesi verso i fulmini, ci incoraggiamo per raggiungerle/li ma cadiamo verso il centro, il fondo, il buio, le nostre paure freudiane, siamo pezzi di un pezzo più grande, siamo noi stessi fulmini, poi mensole, poi nuovamente pop (corn), e come tali esplodiamo a te, a noi, ritorniamo indietro. Siamo pezzi di un pezzo più grande che non pesa niente. Siamo pezzi di uno stesso pezzo che non vale niente. Siamo pezzi di un pezzo, checcifrega di cosa, siamo pezzi di un pezzo, di un tuo pezzo, ti una tua canzone, siamo tutti nei tuoi pezzi, ci arrangiamo quasi insieme, ci moriamo attraverso, ci chiamiamo vice et versa, ci chiamiamo, ci chiamiamo, ci tiriamo mensole, ci tiriamo anche i fulmini.
La cosa più nostra che ci sia siamo noi. La cosa più semplice che ci sia. La cosa più nostra che ci sia siamo noi.
Tanto lo so cosa vuoi. Sono i miei spermatozoi.

IX e X, fanculo.


Andrea Zanino


2008 [Helios] Caesura

8 Dicembre 2008

Un’occhiata alla collina innevata…

Helios
Caesura
2008, Type
CD

helios-caesura

Il timido EP Ayres dello scorso anno non deve fuorviare: Keith Kenniff è tornato a concentrarsi sulle basi e sulle composizioni strumentali, riappendendo il microfono al chiodo. Il qui presente Caesura, edito sempre per la fida etichetta inglese di John Xela, continua e addirittura migliora il suo illustre predecessore Eingya, riconfermando, neanche ce ne fosse bisogno, il particolarissimo gusto e la delicata raffinatezza del ragazzo di Portland in sede di songwriting.
Nonostante la quantità di materiale scritto, contando anche i lavori usciti sotto monicker Goldmund, l’ispirazione sembra ormai di casa, e il risultato sono dieci perle di musica trascinante ed evocativa, con un’ampia gamma di elementi sempre perfettamente coniugata ed amalgamata. Si passa così dal classico pianoforte al sottofondo delle basi elettroniche, sfumato sì da creare un perfetto piano d’appoggio per le parti riservate alla sei corde.
Il platter risulta quindi semplice e fruibile, per quanto vario, e non scade nella ridondanza tipica degli autorucoli ambient dell’ultimo minuto, grazie per esempio a pezzi più lenti e malinconici (è il caso della centrale Glimpse, quasi un rimando semantico alla stupenda illustrazione di copertina) alternati a momenti in cui a farla da padrone è il beat percussionistico, che in Shoulder To Hand provoca un notevole cambio d’atmosfera, pur non tradendo il generale velo di pacatezza che permea il disco nella sua integrità.
Rispetto al già citato Ayres, dove il comparto strumentale era quasi un espediente per poter inserire linee vocali, i brani tornano ad avere spessore ed una loro completezza pur senza la presenza di alcuna voce; a trarne beneficio è in primo luogo la chitarra, che si rende protagonista, in brani come Come With Nothings, di melodie soffici e smussate, compagne adatte di sonnacchiosi sguardi fuori dal finestrino di un treno in movimento.
Il disco adatto per chi, stanco delle forti emozioni, cerca un po’ di riparo e tranquillità dal mondo esterno, che sfila al di là di un vetro.

Andrea Bosetti


2005 [One Self] Children Of Possibility

6 Novembre 2008

Et(n)icamente ineccepibili

One Self
Children Of Possibility
2005, Ninja Tune
CD, Vinile

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Ci sono un russo, un afro-americano e una brasiliana.
Quella che potrebbe sembrare l’inizio di una classica barzelletta ci indica in realtà la provenienza dei componenti del colletivo One Self, uno dei gruppi rap più etnici in circolazione. Sposalizio benedetto dall’etichetta londinese Ninja Tune, a convolare a (bigamiche) nozze è stato Dj Vadim, nome più che noto per gli appassionati del genere, con l’MC Blu Rum 13 e la cantante Yarah Bravo. Il frutto del matrimonio è Children Of Possibility, erede delle migliori caratteristiche genitoriali. L’album riesce infatti a miscelare perfettamente gli stili, apparentemente distanti, dei tre musicisti. Eclettismi sonori incontrano un flow pulito e preciso, accompagnato dal blackeggiante canto della Bravo. I tre ci trasportano in un viaggio che attraversa buona parte dei continenti: Vadim apre l’album tessendo arabe sonorità, che Blu Rum provvede a fondere con il rap di matrice newyorchese. A Yarah il compito di dare alla traccia un tocco melodico, incastrandosi bene con il beat e compensando il flow un po’ spento del MC. Il lavoro continua a viaggiare su queste coordinate, con i due addetti alle vocalist che intrecciano racconti sulla vita comune e descrivono esperienze personali, senza per questo cadere nel banale, mentre il dj russo dirige e assembla, forte della sua esperienza, il sound. Bisogna constatare però che siamo ben distanti dalla sua opera maxima (U. S. S. R. Life From The Other Side, lavoro di punta del hip-hop d’avanguardia), il disco che viene presentato appare infatti più legato ai canoni classici del genere piuttosto che ai ritmi e suoni sperimentali, quali eravamo stati abituati con il cd dello scorso decennio.
In ogni caso, un album dal sapore etnico e originale, interessante soprattutto per l’accurato lavoro di beatmaking (che è possibile apprezzare in tutte le sue sfaccettature nella versione strumentale, formato LP). Una piccola stella dello sconfinato universo musicale,ma capace di brillare per parecchio tempo. Con la speranza che la band ritorni presto a calcare le scene.

Marco Sedda


2008 [Dark Tranquillity] Milano, Rolling Stone

1 Novembre 2008

Dark Tranquillity
Milano, Rolling Stone, 31 Ottobre 2008

È una piovosa sera d’autunno quella che accoglie i Dark Tranquillity in quel di Milano in occasione del concerto scelto per la registrazione del loro secondo dvd, prima delle addirittura quattro tappe italiane di questo loro ultimo tour. Nonostante l’orario del concerto sia stato anticipato a livelli record, a discapito di Fear My Thoughts e Poisonblack che si sono ritrovati a suonare davanti a nessuno, e con gli headliners sul palco dalle 20 alle 22 circa a causa della successiva festa di Halloween del locale, quando gli Svedesi attaccano il Rolling Stone è gremito di fans in attesa.
Ed ecco che, con puntualità nordica, alle otto di sera Niklas Sundin e Martin Henriksson, questa volta accompagnati da Daniel Antonsson a fare le veci dell’uscente Michael Nicklasson, attaccano The Treason Wall, e nel sottopalco la massa si scatena. Un boato generale scuote il locale all’apparizione di Mikael Stanne, che in questa occasione più che mai si è dimostrato un frontman di rara bravura e umiltà, prodigandosi in qualunque cosa gli venisse in mente per coinvolgere il già festante pubblico meneghino.
Dopo i primi due pezzi, appena poche parole per salutare e ringraziare tutti i presenti e ribadire la scelta del capoluogo lombardo come location migliore per registrare il concerto grazie alla passione del pubblico nostrano, e poi di nuovo immersi nella musica; i pezzi si susseguono veloci, con poche interruzioni e tanta voglia del gruppo di dimostrare la propria gratitudine all’audience in visibilio.
Nei rari momenti di pausa, in cui il buon Stanne tenta di dire qualcosa, le parole sono soverchiate dai cori dei fan, con conseguenti risate e sorrisi di genuina contentezza da parte dei sei musicisti.
La scaletta è molto varia, e pesca a piene mani da tutti gli album del gruppo, escluso il debut. Probabilmente per non rischiare di offrire un prodotto troppo simile al precedente Live Damage, molte hits vengono “sacrificate” per fare spazio a pezzii più inaspettati quali Edenspring o i due brani cantati in coppia con l’ospite d’eccezione della serata, la vocalist dei Theatre Of Tragedy, Insanity’s Crescendo e The Mundane And The Magic (quest’ultima, a detta del gruppo, proposta per la prima volta in assoluto dal vivo). Nel complesso, il risultato finale è decisamente vario, pur lasciando un posto di riguardo ai brani dell’ultimo Fiction.
Nonostante il suono non sia pulitissimo, e in alcuni momenti addirittura non ci sia distinzione tra i diversi strumenti, il pubblico gradisce molto e non lo nasconde, cantando a squarciagola praticamente ogni brano, e Stanne ringrazia concedendosi un doppio stagediving; nel secondo, durante Final Resistance, non si esime dal cantare mentre è ancora trasportato in lungo e in largo dai fan in adorazione. Bandiere tricolori e gialloblu si sprecano, e l’atmosfera e la partecipazione nella sala sono alle stelle.
È quasi con rammarico che al termine delle quasi due ore di esibizione pubblico e artisti si separano sulle note dell’ormai classica outro Ex Nihilo, ma non senza che il gruppo abbia nuovamente ringraziato e si sia concesso a nuovi abbracci, foto e strette di mano con i fan.
All’uscita, la pioggia è ancora battente, ma la soddisfazione e il piacere di una serata di tale caratura cancellano qualunque problema. L’orario ridicolo e il sound da mercato del pesce non intaccano quella che è stata e verrà ricordata come una serata memorabile. Una prestazione maiuscola della formazione di Göteborg e la vivissima partecipazione degli spettatori sono abbastanza per giustificare l’acquisto dell’incombente dischetto.

Setlist:
01. The Treason Wall
02. The New Build
03. Focus Shift
04. The Lesser Faith
05. Wonders At Your Feet
06. Lost To Apathy
07. Freecard
08. Inside The Particle Storm
09. Nothing To No One
10. Edenspring
11. Insanity’s Crescendo
12. Lethe
13. Dreamlore Degenerate
14. Misery’s Crown
15. Therein
16. My Negation
17. Yesterworld
18. Punish My Heaven
Encores:
19. The Mundane And The Magic
20. Final Resistance
21. Terminus (Where Death Is Most Alive)
22. Ex Nihilo (Outro)

Andrea Bosetti