Alison Wait
Dove Esistono Solo i Ricordi
2010, Eibon Records
CD
Il monicker Alison Wait fa capo a due persone, al secolo Filippo Spadoni ed Alessandro Tusino, appartenenti a quel “circolo” (probabilmente neppure definibile in tal modo) di artisti come Mauro Berchi (apprezzato nei Canaan e nei Neronoia), Andrea Marutti (Amon) e Andrea Penso (Selaxon Lutberg), tutti e tre nomi di spicco nel panorama sperimentale italiano (anche se probabilmente rifiuterebbero tale etichetta) che diversamente hanno contribuito a questa pubblicazione. L’avvento del disco in questione, composto da otto piéce ambient onirici e crepuscolari, cade come una sorta di fulmine a ciel sereno: né il gruppo (alla sua prima pubblicazione) né il lavoro vengono annunciati anzitempo dai produttori, Eibon Records e Radiotarab. Anzitutto perché non fa parte del loro modo di lavorare. In secondo luogo poiché l’album in questione non è frutto di esigenze commerciali da svilire o svendere in anticipo. Come sovente accade ai progetti presentati dalle due etichette, questi non sono altro che la volontà o la necessità, da parte dei gruppi, di presentare le proprie emozioni, sensazioni, visioni del mondo. Fatto reso possibile non senza difficoltà e fatiche, in quanto ci si rivolge idealmente ad un pubblico, fortunatamente e sfortunatamente al contempo, ristretto. Fortunatamente in quanto, nella maggior parte dei casi, interessato, propenso a carpire quello che questi artisti sono pronti a comunicare, esulando dal bailamme della “scena”. Sfortunatamente perché sarebbe positivo poter sentire più voci interessate a confrontarsi con questo tipo di musica, così difficile da discutere e “giudicare”, poiché così personale da dover necessariamente essere ascoltata per trarne delle conclusioni. Azzardando delle ipotesi interpretative, si potrebbe descrivere l’avanzare del disco nei suoi quaranta minuti come un percorso nella vita degli autori, scandito da tappe emozionalmente significative. Forse l’opening track, September ’82, con i suoi synth rarefatti, circondati da echi di voci quasi salmodianti, tagliati a metà dai vagiti di un bambino, rappresenta il momento della nascita di uno dei due autori; o forse non rappresenta “quel” bambino, ma fotografa metaforicamente il momento di nascere, condizione che accomuna tutti. L’assenza di testi lascia indubbiamente spazio alle fantasie interpretative, stuzzicate da sample ambientali (pioggia, cinguettio di uccelli) o in qualche caso vocali, estrapolati dal film Le lacrime amare di Petra von Kant, di W.R.Fassbinder e da Il diavolo probabilmente di R.Bresson. Le atmosfere variano da brano a brano, rafforzando così l’idea che ogni traccia sia la metafora di una particolare situazione vissuta dagli autori, ma permane stabilmente un mood che in fondo le accomuna tutte, una sottile vena di malinconia che ci accompagna in qualsiasi nostra azione, che a volte ci spaventa (Scatole di latta), a volte ci lascia un sapore amaro in bocca (Quando non ci sarò) e a volte ci incanta (Tu sei la luna, Senza fiato).
Un disco molto difficile da descrivere ed anche molto difficile da assimilare, ma che dopo alcuni pazienti ascolti può portarci dove esistono solo i ricordi. I ricordi di ciascuno di noi.
Davide Buzzoni

