Giovanni Allevi
Varese, Teatro Apollonio, 18 aprile 2009

Il teatro Apollonio di Varese, attivo da una manciata di stagioni, è l’unico luogo dove la finta high-class di provincia può tentare di trovare riparo senza doversi spostare fino a Milano o addirittura alla rivale Como: ecco come mai le serate in programma si presentano così variegate e decisamente disomogenee tra loro e vediamo così alternarsi sul palco in meno di un mese Piero Pelù, l’Edipo Re sofocleo e lo stravagante pianista marchigiano.
Complice l’onesto prezzo del biglietto, all’interno dell’Apollonio si rivela faticoso scorgere posti liberi, a testimonianza della popolarità raggiunta dall’acclamato compositore, che è riuscito ad attrarre a sé un pubblico quantomai variegato: dai più comuni e rispettabili esponenti della terza età (tra i quali non pochi riservavano occhiatacce alla gioventù presente), alle coppie con tanto di impubera prole al seguito, ad una nutritissima percentuale di giovani che ad una prima occhiata tutto sarebbe sembrata fuorché votata ad un interesse nei confronti di tale proposta musicale.
In questo frangente mille parole si sono dette tirando in ballo chi il retaggio di un certo Lorenzo Cherubini, chi una tendenza alle composizione di più facile presa sulla massa e via discorrendo: ciò che importa è che Allevi, dopo composizioni in solo, dvd live, libri e composizioni orchestrali è oggi in grado di riempire le sale.
Ed è così che, a teatro gremito, il pianista fa il suo ingresso saltellando come un ragazzino, in jeans e felpa col cappuccio e senza una parola si siede al piano e lascia che le note si rendano protagoniste. L’esordio è un brano dell’ormai lontano 13 Dita, Japan, che con le sue note melliflue e vellutate scalda gli umidi cuori dei presenti, provati dall’incessante pioggia che grava sulla città all’esterno. A seguire, la velocità e l’inafferrabilità del motivo di Sogno Di Bach mostrano invece un artista che non si esime dal proporre esercizi di stile decisamente più orientati al piacere e allo sfogo di chi suona che non alla sensibilità di un impressionabile pubblico spesso a secco di alcuna preparazione tecnica. Seguendo questa regolare alternanza tra un pezzo più lento ed emozionale ed uno più veloce e jazz-oriented, il concerto si protrae per un tempo discretamente breve (poco più di settantacinque minuti), tra i puntuali applausi della platea e gli innumerevoli ringraziamenti profusi da Allevi che regolarmente si alzava, voltandosi verso il pubblico, quasi in gesto di obbligazione.
Le esecuzioni più riuscite a detta di chi scrive sono tutti estratti del recente Joy, ossia l’iniziale Panic, la scanzonata Jazzmatic e la profonda, intima Back To Life, vero e proprio vertice della serata in fatto di coinvolgimento ed atmosfera, in barba al mancato isolamento sonoro del teatro che dava modo al mondo esterno di entrare e rovinare il sogno degli ascoltatori (a dir poco ridicolo, a questo riguardo, il momento in cui il suono del piano è stato quasi sovrastato da un rimbombare di clacson proveniente dalla vicina strada, imputabile probabilmente ad una classica lotta per un parcheggio del sabato sera).
Nonostante queste fastidiose benché piccole parentesi, Giovanni porta ineccepibilmente a termine la sua esibizione e prende finalmente in mano un microfono e un foglietto stropicciato dove aveva annotato i ringraziamenti; è con voce insicura e imbarazzata, quasi fosse nuovo a certe situazioni (motivo per cui il comportamento risulta impostato un filo di troppo), che il pianista ringrazia l’organizzazione, il pubblico e le “gentilissime maschere” dell’Apollonio, prima di suonare l’ultimo brano, rifugiarsi dietro le quinte e sbucare nuovamente sotto i riflettori un paio di volte, sempre rigorosamente correndo e ballonzolando allegramente, per poi concedere gli encores finali.
Terminata l’esibizione, serpeggia tra il pubblico la voce che l’artista sarà disponibile di lì a poco nell’ingresso principale per autografi e convenevoli vari senza limite di tempo: in men che non si dica l’atrio è di nuovo pieno e le maschere sono tutte indaffarate a mantenere l’ordine, tentando magari di non farsi travolgere dalla folla che mantiene un comportamento spesso rasente la maleducazione.
Le indiscrezioni si rivelano poi fondate: dopo una decina di minuti ecco sbucare dalle doppie porte la riccioluta chioma del compositore, per la felicità del centinaio di persone ancora in attesa.
Con serenità e buonumore, le richieste di firme e dediche vengono soddisfatte una ad una, senza esclusione, rendendo questo momento un’effettiva ed accuratamente studiata parte dello show, poiché vi è ben poco di spontaneo ed informale nello scambiare due chiacchiere con un artista attorniato da cordoni, personale di sicurezza e quant’altro.
Forse proprio questa ostentata disponibilità e l’atteggiamento irriverente dimostrato dal pianista sono alla base delle numerose critiche a lui rivolte, ma l’indubbio merito di aver portato una musica spesso arroccata su una rupe di storia e cultura alle orecchie di chi mai avrebbe pensato di appassionarsi ad un concerto di pianoforte solo non può non essergli riconosciuto.
Setlist:
01. Japan
02. Sogno Di Bach
03. Il Nuotatore
04. Scherzo n.1
05. Luna
06. Monolocale 7.30 AM
07. Go With The Flow
08. Qui Danza
09. Notte Ad Harem
10. Panic
11. Downtown
12. L’Orologio Degli Dei
13. Back To Life
14. Jazzmatic
15. Il Bacio
16. Pianokarate
Encores:
17. Aria
18. Prendimi
Andrea Bosetti

20 Aprile 2009 alle 8:52 pm |
Un plauso ad un articolo ben scritto e dal vago sapore di un brano di Jarrett (decisamente più intrigante di un Allevi saltellante…)
gli zii