Il castello è sempre dove chi lo cerca vuole che sia. In piena vista, eppure mai scorto. Questa è la sua natura.
Crystal Castles
Crystal Castles
2008, Last Gang
CD

L’electroclash, con le sue distorsioni, le sue strutture poppish, i suoi beats, è arrivato ormai alla fase in cui dire qualcosa di nuovo diventa difficile. I più continuano a dire sempre le stesse cose. Le dicono bene, certo, ma il guizzo di inventiva è venuto loro a mancare, una volta instradatisi nei canoni di un genere a tutto tondo.
Poi, dal nulla, arrivano due Canadesi a dirci che qualcosa di nuovo da dire ancora c’è, anche se con mezzi dati per desueti. Ed ecco che la citazione di She-Ra riguardo il suo Castello di Cristallo acquista senso compiuto. Le “nuove” soluzioni sono qui davanti a noi, basta avere abbastanza originalità da mischiare gli ingredienti, come sempre.
Cosa succede con un pizzico di quella nuova corrente ai più nota come “wonky beats”, due pizzichi di sintetizzatori, un cuore electroclash e… una base ad 8bit? Il risultato è qui, per il piacere delle nostre orecchie, e si chiama Crystal Castles.
Il polistrumentista Ethan Kath ha creato dei brani alienanti, quasi irritanti nella loro semplicità, ma dall’effetto devastante, in particolar modo dove risuona la voce, sempre debitamente modificata, di Alice Glass. Un pezzo dietro l’altro, le sedici tracce di questo album di debutto si susseguono in un caleidoscopio di suoni, dapprima più liquidi e pacati (Untrust Us), poi di colpo stridenti e distorti (Alice Practice, sorprendente brano che ha fruttato il contratto discografico al gruppo), per continuare con un dejà-vu di una colonna sonora di un videogame anni ‘80 (Crimewave), e via, un brano dietro l’altro, un’esperienza dietro l’altra, fino alla conclusiva Tell Me What To Swallow, dove la voce di Alice è poco più che un etereo bisbiglio su una omogenea distesa di note scaturite da chitarra acustica, toccando tematiche a dir poco inquietanti.
Alcuni passaggi colgono tanto alla sprovvista da lasciare senza parole, anche infastiditi, di fronte a così netti cambi di tempo, di atmosfera, di struttura, di… videogioco?
L’hype che ha circondato questa release ormai un anno fa ha sicuramente fruttato parte del successo di cui il duo gode già oggi (le “scrobblate” su Last.fm hanno già superato i sette zeri), ma sarebbe disonesto liquidare un disco del genere a mero strumento del mercato discografico, date le tante, tantissime dimostrazioni di personalità e naturalezza di composizione offerte.
Quando si pensa di aver inquadrato questo Crystal Castles, ecco spuntare, nella traccia successiva, declinazioni ancora non chiamate in causa, a lasciarci ancora una volta con un palmo di naso e mandando all’aria ogni tentativo di schematizzazione e razionalizzazione. La spontaneità qui infusa è tale da far suonare l’intero platter come creato casualmente (cosa in parte avvenuta, peraltro), senza alcun filo conduttore.
Sta a noi, ora, dare un senso a tutto questo, cercando il Castello che è già lì, davanti ai nostri occhi.
Andrea Bosetti
