2009 [Agalloch] Lonato del Garda, Olden Live Club

Agalloch
Lonato del Garda, Olden Live Club, 22 marzo

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Agalloch sonant, ergo sunt. Sembrano quasi più non esistere i tempi passati durante i quali recuperare informazioni e notizie sui tre di Portland era un’autentica impresa. Poco si sapeva su questo progetto fino ad una manciata di anni fa: dopo il secondo full lenght, ancora sprovvisto di sito internet proprio, e non cercava nemmeno di alimentare la vena underground di certi smanettoni.
Ora, improvvisamente, eccoli sopra ad un palco, davanti agli occhi di poco meno di due centinaia di spettatori, in un locale semisperduto della provincia bresciana; occhi attenti, vigili su ogni singolo movimento, altri persi e dilatati, quasi come in un sogno. Ha dell’incredibile come un gruppo di cui si riempiono quasi esclusivamente le pagine dei forum e dei blog riesca a radunare persone da tutta la nazione, disposte a sacrifici per quella sembra l’occasione della vita: il momento in cui i fautori di brani tanto ascoltati, spesso in solitudine, si parano innanzi, sudano, si prestano ad autografi, strette di mano, abbracci, fotografie. La cornice dell’evento, peraltro, bene si presta ad una concretizzazione di coloro che svariate volte sono stati immortalati sui booklet o su set fotografici abbastanza rari e conservati gelosamente. Osservare John Haughm, Don Anderson e Jason Walton (con l’aggiunta dell’ultimo arrivato, Aesop Dekker, dietro le pelli) mentre assistono mischiati al pubblico l’esibizione dei Dornenreich provoca in molti un turbinio di sensazioni che rende difficile anche solo rivolgere loro la parola; troppe sarebbero le domande, troppi sarebbero i complimenti. Allora si preferisce lasciare gli artisti al loro compito. E il compito l’hanno svolto, come nelle aspettative di tutti i presenti. Nonostante i problemi di audio. Nonostante il tempo limite raggiunto troppo presto, che non ha permesso loro di suonare un altro pezzo, a lungo richiesto dal pubblico. Nonostante la fretta di smontare tutta la baracca per partire di volata verso Praga, nel rispetto dei ritmi serrati di quella macchina che è il tour. Nonostante tutto gli otto brani proposti hanno sprigionato una forza difficile da lavare via. Si impiega qualche istante a capire come l’apertura sia stata affidata a Dead Winter Days, right back from 1999. I volumi sbilanciati amplificano i riff delle due chitarre e il drumming potente e secco, ma penalizzano la voce e il basso: il problema verrà in parte corretto nel corso dell’esibizione. Un’altra testimonianza del debut album è costituita da As Embers Dress The Sky, a cui viene incastrata I Am The Wooden Doors; le versioni, seppur rimaneggiate, suonano abbastanza fedeli a quelle ascoltate molte volte su disco. Quando si arriva all’imprescindibile In The Shadow Of Our Pale Companion l’audience ha ormai capito quale sia l’approccio degli Agalloch in sede live: metal fino al midollo. Manca per forza di cose tutta quella strumentazione che rende i brani del gruppo di Portland così particolareggiati e curati nel minimo dettaglio in sede di registrazione (pianoforte, fisarmonica, campane, woodchimes, tamburo, ecc.), dunque il baricentro degli arrangiamenti si sposta verso un impasto di riff e di effetti elettrici, cadenzati dal drumming di Drekker. Anche la voce di Haughm talvolta viene trascinata via da questo flusso sonoro, anche se non si sa quanto per scelta artistica piuttosto che per problemi al mixer. In ogni caso il ventaglio di brani selezionato continua con alcuni tra quelli a prevalenza strumentale: la combo Falling Snow e Limbs (con il pubblico in rigoroso silenzio durante le cesure) fino al brano del commiato, Bloodbirds (seconda parte della suite Our Fortress Is Burning), nella quale anche il gruppo si lascia trasportare dall’enfasi del climax ascendente. E anche quando la chitarra di Anderson smette di risuonare tra le pareti dell’Olden Club, ci si mette un po’ per realizzare che è tutto finito. Ma ad un sentimento di delusione per la brevità dell’esperienza si sovrappone la presa di coscienza di aver assistito ad un evento raro e al contempo prezioso. La trafila di foto, autografi e strette di mano attende i musicisti, che nonostante la fretta ben si prestano al contatto con il pubblico: entrambi beneficiano del ruolo interpretato dal proprio interlocutore.
Se vorranno tornare, in Italia saranno accolti con benvenuto. Se ci sarà un organizer che lo permetterà. Se ci sarà un altro Olden Live Club a lavorare per ospitare un altro evento di tale portata.
Agalloch are alive and well living in Lonato.

Setlist:
01. Dead Winter Days
02. As Embers Dress The Sky
03. I Am The Wooden Doors
04. In The Shadow Of Our Pale Companion
05. Falling Snow
06. Limbs
07. Not Unlike The Waves
08. Our Fortress Is Burning – Bloodbirds

Davide Buzzoni

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