Mick Barr

Cosa può avere in testa un musicista come Mick Barr? In circa quindici anni d’attività sforna una quarantina di titoli di varia durata spalmati tra progetti solisti e Orthrelm (creatura che lo vede tra i protagonisti di un movimento in continua evoluzione all’interno della scena metal americana, con Behold… The Arctopus e Dysrhythmia tra i compari più illustri). Bella domanda.
Proviamo a conoscerlo in maniera un pelino più approfondita, magari focalizzando l’attenzione su alcuni punti salienti della sua produzione discografica, fin qui piuttosto ampia e variegata.

Barr è un chitarrista, uno che conosce il proprio strumento e lo padroneggia con assoluta libertà. Si fa sentire per la prima volta nel ‘95 con un tape autoprodotto sotto il nome Or Rathol Nok, poco più di sei minuti di delirio arricchito da urla schizzate, niente di memorabile, ma già un anno dopo forma assieme al batterista Malcolm McDuffie (quello dei The Meta-Matics, prodotti da Guy Picciotto) i Crom-Tech, si dedica quindi, pur sposando soluzioni volutamente parodistiche, al math rock più genuino e lo-fi.

CACOFONIA PORTAMI VIA
Il periodo che segue la fine dell’attivita dei Crom-Tech, conclusasi con la pubblicazione di un LP omonimo, vede l’avvento degli Orthrelm, ennesimo duo stavolta alle prese con la ripetitività ossessiva di strutture folli, eseguite alla velocità del grindcore. Assieme alla sua produzione solistica Orthrelm è il progetto più prolifico di Mick,  grazie anche alle collaborazioni con altri act più o meno rinomati (Behold… The Arctopus, Trencher, Touchdown).


Mentre gli Orthrelm vanno avanti a suon di EP e split album, Mick si dedica ad una promettente carriera solistica e da turnista: compare in diversi brani di Mortal Mirror (2002, Kill Rock Stars) delle Quix*o*tic (che vede ancora coinvolto Picciotto dietro al mixer), di sicuro l’album più canonico e pacato di Barr, un rock in vena indie con qualche buona idea affogata in un mare di banalità. The Flying Luttenbachers, Zach Hill e Nondor Nevaï sono invece incarnazioni profondamente differenti del chitarrismo di Mick: al servizio di Weasel Walter su Spectral Warrior Mythos Volume One (2005, ugEXPLODE) fa emergere il suo lato più intricato e cacofonico, cacofonia protagonista anche in Rhapsodik Bitonality con Nondor Nevaï e Leland (2007, Brutalprog.com), complice un suono lo-fi e le grida strazianti di Nevaï; Zach Hill su Shred Earthship (2006, 5RC) lo riporta invece su binari più classicamente math riordinando, per così dire, le idee che scaturiscono da quel fiume in piena che è il suo compare chitarrista.
Da solista Mick Barr da libero sfogo a ciò che è il perno del suo modo di fare musica, la ripetizione snervante, portata ai massimi livelli su materiale pubblicato con due diversi pseudonimi (Octis e Ocrilim); i suoi album sono un flusso incessante di riff, rare sono le pause di riflessione, di lancinanti plettrate a velocità supersonica è fatto l’universo malato e demenziale di Mick, che possono sembrare pura improvvisazione, deliri di incompetente che stupra il proprio strumento; invece è proprio qui che risiede la grandezza del Nostro, perso in composizioni memori degli insegnamenti del mitico Terry Riley, Barr ha affrescato gli ultimi anni della sua carriera con la sua psichedelia chitarristica, ma mentre la musica di Riley rimane onirica e tendenzialmente positiva, quella di Mick pare uscita da un incubo deforme in bianco e nero. Annwn (2008, Hydrahead) è il culmine di questa attività, un disco glaciale e opprimente che non sfigurerebbe affatto nella collezione di un blackster.

NON DI SOLA CHITARRA VIVE L’UOMO
Il black metal pare essere uno dei generi che affascinano Barr da un po’ di tempo a questa parte. Nel 2002 la collaborazione su Labia Minora (2003, Printed Matter) con gli Angelblood non pareva trattarsi di un caso isolato, viste anche certe produzioni di Octis e Ocrilim; così proprio nell’estate di quest’anno, assieme ad altri tre compagni di merende, uno dei quali è Colin Marston, da vita ai Krallice con un debut album che si spera non rimanga un caso isolato. Risultato di un modo del tutto nuovo di fare black metal, Krallice (2008, Profound Lore) è un album ostico e perfino barocco per gli standard a cui ci ha abituati Barr, strutturato, complesso e carico quanto una tempesta tropicale.

Chissà dunque, considerati i trascorsi e la prolificità del personaggio, cosa ci aspetta negli anni a venire, di sicuro niente di buono.

Guglielmo Cherchi

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